Angel Witch – As Above, So Below

E insomma, ce ne ho messo di tempo. Circa tre però sono stati gli ascolti decisivi alla maturazione del mio giudizio su questo disco – infatti all’inizio mi aveva preso molto bene – ma qualcosa deve essersi persa per strada e confusasi con un sentimento che ormai aveva abbattuto del tutto l’effetto sorpresa iniziale. Nonostante ciò è un gran disco e ora scoprirete perché.

Vado un po’ a braccio perché è difficile giudicare un gruppo che aveva smesso di fare scuola ben prima che io nascessi. Partiamo dall’inizio. Quando il primo disco uscì per la pessima Bronze Records (che aveva speso su di loro un sacco di speranze nel trasformarli in un’icona della NWOBHM sulla falsariga dei Maiden più violenti e scioccanti) la band era costretta a barcamenarsi tra contratti capestri, una scena metal che cambiava troppi caratteri e troppo velocemente e produzioni che definire approssimative è solo un fine gioco retorico per non offendere la storia. Perché, cosa diciate non m’importa, la storia del metal è anche fatta di queste cose: di errori grossolani, d’inciampi di percorso e cose così. E quindi quando gli MC5 registrarono dal vivo il loro album d’esordio non calcolarono affatto che la resa sonora sarebbe stata così esasperata e violenta anzi, l’idea di fondo era proprio ricavare un disco nella media delle produzioni dell’epoca. E invece no, un disco che ha una violenza inaspettata e che inaspettatamente getta le basi per la storia del metal futuro. Ed era solo il ’69.

Con gli Angel Witch siamo lì. Perché loro erano bruttini e scarsini dal vivo (le loro Peel Sessions sono suonate un po’ così) e le tonnellate di chitarre e cori e vocine armonizzate che sul primo disco hanno eretto un autentico modello di heavy metal simil-doom, caratterizzato da quel tipico dark sound che avrebbe influenzato decine di centinaia di band a venire, erano proprio tutto quello che un trio dal vivo non può di certo riprodurre. E, infatti, qualche pezzo già piuttosto duretto su disco, dal vivo appare quasi simil-thrash. E così via. È un po’ quel gioco di movimenti involontari che hanno portato i Black Sabbath a precorrere un sacco di cose in definitiva suonando sempre e solo variazioni sul tema psichedelico e hard-blues.

E arriviamo ad un disco come questo che per un sacco di motivi (copertina inclusa) sembra riportarci all’esordio della band, trascurando quei due lavori interlocutori di metà anni Ottanta che dovettero scontrarsi proprio con l’evoluzione inesorabile del metal, mentre gli Angel Witch ancora sperimentavano una formula ossessiva e oscura (ma ormai antica).

Al contrario, proporre sonorità del genere proprio oggi, quando tutto suona come già antico di suo, mi pare una strategia se non vincente, almeno legittima. La storia è già stata scritta e la band lo so che al massimo può sperare in effimeri momenti di gloria solo sul palco di qualche festival estivo tedesco. Ma la classe operaia del metal non va mai in paradiso, per dirne una, e certo tipo di tonfi colossali nel fallimento più bruciante sono proprio lo stato di grazia dell’innocenza di certi figuri che il metal ormai ce l’hanno dentro.

Il disco è come lo immagineremmo: riff antichi e ancestrali eppure capacissimi di rinfrescare in noi l’idea che certe sonorità sono dure a morire. Non è l’effetto nostalgia che gioca in favore della band, quanto l’idea che certi moduli sonori possono essere legittimamente riprodotti solo da chi meglio conosce quella materia. Con le produzioni di oggi, con i mezzi spaventosi di oggi, ci si chiede come mai una chitarra debba suonare così vintage ma la risposta non c’è: e se ce la dessimo, non avremmo neanche bisogno di ascoltare un disco del genere. E invece un disco così ha tutti i crismi che dovrebbe possedere una produzione Metal che si nutre di underground: riluce nel buio della memoria più lunga, esalta gemme accostate a qualche godibile filler di troppo, puzza più di sudore che di vecchio, ci accompagna nella metabolizzazione degli ascolti con sorrisi compiacenti e bisognosi di supporto. Pacche sulle spalle, rughe vistose, strette di mano vigorose. Birra a fiumi e incazzatura proletaria.

E noi, che il metal non sappiamo descriverlo che con gesti, rutti e corna al cielo – mai nessuna parola – siamo qui ad ascoltarlo per intero e a goderne. Dategli un’ascoltata che ne vale proprio la pena.

Nella decina di fine anno anche solo per rispetto.

Nunzio Lamonaca per Mag-Music

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