Neil Young & Crazy Horse – Americana

La ruggine – soprattutto quella dell’età che avanza – è notoriamente una gran brutta bestia: che peraltro suole non dormire mai, o almeno questo è quel che pensa a riguardo un certo Neil Young. Non che ciò costituisca una qualche novità, giacché il Nostro lo cantava in “Rust Never Sleeps” ormai tanti e tanti anni fa; a spalleggiarlo, lo ricorderete, c’erano gli immancabili Crazy Horse. Ora accade che, a ben nove anni dall’ultimo disco insieme, “Greenland”, il loner canadese ritrovi i compagni di sempre per un nuovo episodio della sua discografia, dal laconico nome di “Americana”. Un titolo del genere probabilmente porterà alcuni ad associare questa nuova uscita alla serie degli “American”, gli album che negli anni ‘90 strapparono Johnny Cash a un ingiusto oblio, contribuendo a consacrarne la figura a vero e proprio padre nobile del rock. Un simile accostamento non è poi del tutto infondato, giacché si tratta di un disco di sole cover (come appunto lo erano in massima parte quei dischi); e soprattutto, si tratta di rielaborazioni di canzoni appartenenti alla più antica e nota tradizione musicale stelle e strisce (tanto per intenderci, nella tracklist troviamo titoli come Clementine e Oh Susannah): una profondità di scavo nel passato più remoto che, oltre ad accumunare Neil Young al Johnny Cash degli “American” (e non solo quelli), rimanda anche alle Seeger Sessions dello Springsteen più folkeggiante di sempre. O forse (almeno per mere questioni di repertorio) più a quest’ultimo che al “man in black”, a dire il vero. Ma, oltre a qualche tributo alla tradizione musicale yankee (dopo i tanti già registrati nel corso di una lunga carriera) la vera peculiarità degli American era comunque ben altra: la rielaborazione in chiave country – folk (o per meglio dire, semplicemente à la Johnny Cash) di brani del tutto lontani da tale tradizione musicale, pescati dal repertorio di gruppi come Depeche Mode, Soundgarden, Nine Inch Nails, tanto per fare qualche esempio.

Con “Americana”, Neil Young si cimenta in un’operazione insieme uguale e contraria: traditional come quelli già citati vengono infatti riadattati, (ma si dovrebbe dire stravolti, per rendere al meglio l’idea) in chiave strettamente personale. Una chiave che potremmo banalmente definire rock, dove però rock è da intendersi in accezione squisitamente younghiana. Così, dopo un intro che ricorda un po’ il suono rugginoso (vedi sopra) di un motore rimasto a lungo silente e perciò alquanto duro ad ingranare, ecco l’ottocentesca Oh Susannah sferragliare come non aveva fatto mai, o come comunque avrebbe ineluttabilmente (e inconfondibilmente) sferragliato in una sei corde appartenente a Neil Young; oppure, in un profluvio di riverberi, feedback, distorsioni e riff come d’abitudine convulsi, ecco la largamente risaputa Oh My Darling Clementine (qui semplicemente Clementine) suonare improvvisamente inedita, ma non troppo: come una Hurrycane, o una Down by the River (e sempre di murder ballad si tratta). Per restare allo stesso tema (la murder ballad costituisce peraltro un elemento fondativo della canzone folk americana) e allo stesso secolo (diciannovesimo), la rivisitazione del repertorio americano prosegue con Tom Dula (rivoltata come un calzino, anzi oltremodo dilatata in una jam di più di otto minuti) e con il folk-spiritual Wayfaring Stranger, nei decenni cantata e ricantata un po’ da tutti, da Johnny Cash (ancora lui) e Jack White fra gli altri: in questa sede lo ritroviamo proposto in una versione rispettosamente acustica (un unicum in un album elettrico in tutto e per tutto). Tuttavia, il viaggio del loner canadese nelle sconfinate lande del folk stelle e strisce arriva a lambire anche epoche a noi più vicine: pertanto, non poteva mancare una versione (tutto sommato fedele all’originale) della celeberrima This Land Is Your Land di Woody Guthrie, da sempre considerata come l’inno alternativo a quello Star–Spangled Banner che Jimi Hendrix seviziò a dovere con la sua Statocaster in quel di Woodstock nel ’69. Proprio in chiusura d’album, troviamo qualcosa che in qualche modo la ricorda, se non nelle sonorità, quantomeno nello spirito: una stralunata versione di God Save the Queen (ebbene sì, proprio l’inno di regina Elisabetta) in cui le consuete, distorte schitarrate s’intrecciano con cori dal sapore vagamente (ma neanche troppo) angelico, ottenendo un effetto di sicuro straniamento. Con quest’ultima zampata, il rocker canadese riesce dunque a essere piacevolmente spiazzante anche in un album di cover scelte sulla base di criteri – come si è visto – del tutto indifferenti a ogni pretesa di originalità o ricercatezza. Ma non è in questo, né tantomeno in ambizioni di tipo filologico che va individuata la scaturigine di questo “Americana”, piuttosto un disco nato per omaggiare le proprio radici musicali (e non solo musicali), ma soprattutto dal puro piacere di suonare.

Di gustoso divertissement si tratta insomma, senza che questo termine voglia però essere in alcun modo riduttivo: un simile approccio, prepotentemente percepibile sin dal primo ascolto, rappresenta piuttosto il reale valore aggiunto di quest’album. Resterà un piacevole ma isolato episodio all’interno della sterminata discografia younghiana oppure sarà il primo di una lunga serie, magari destinata a regalare al vecchio Neil un’altra, ennesima nuova giovinezza?

Luigi Iacobellis per Mag-Music

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