Kyuss Lives! + Inferno – Orion, Ciampino 05/06/12

Kyuss Lives!

Imperdibile, trai i primi eventi della stagione concertistica estiva romana, è stato il concerto dei Kyuss Lives! all’Orion di Ciampino, sempre più fulcro di grandi show per appassionati di rock e metal. La storica band americana, recentemente riunitasi seppur con nome e formazione diverse rispetto agli anni ’90, era attesa da moltissimi fans, pronti a reimmergersi nelle atmosfere desertiche di “Blues for the Red Sun”, “Welcome to Sky Valley” e “…And the Circus Leaves Town”, gli album che hanno consacrato il mito dei Kyuss e consegnato agli annali uno dei gruppi imprescindibili per lo stoner e per tutto quel panorama musicale che, affondando le radici nel blues, porta all’estremo la lezione seminale dei Black Sabbath. Per quanto mi riguarda, poi, avendo scoperto la Musica con la M maiuscola a undici anni grazie, tra gli altri, a “Songs for the Deaf” dei Queens of the Stone Age, si è trattato di un vero e proprio appuntamento con gli albori dei miei ascolti, sebbene nei Kyuss Lives! non figurino né Josh Homme né Nick Oliveri, tra gli artefici principali dei dischi dei Kyuss nonché di quell’album meraviglioso che tanto ha significato per il sottoscritto.

L’Orion si presenta gremitissimo sin dalle 21. Tanti, tantissimi fans riempiono il locale romano (probabilmente è stato il concerto con più presenza di pubblico a cui abbia assistito nella venue di Ciampino). A scaldare la platea, con una scelta che definire poco felice è un eufemismo, sono chiamati i romani Inferno, band dalla comprovata esperienza, con all’attivo anche alcuni dischi di buona fattura, ma la cui proposta sonora si palesa decisamente fuori contesto sin dai primi secondi della loro breve esibizione. Il gruppo, infatti, è dedito a un mix di post-hardcore e noise con derive simil-grind ed elettroniche, che ricalca un po’ il suono di Refused e The Dillinger Escape Plan. Decisamente lontani, quindi, dallo stile degli headliner. In ogni caso, la band si sforza di fare il suo, riuscendo a catalizzare l’attenzione del pubblico. Su tutti da apprezzare la prova del bassista, che cerca di coinvolgere gli astanti a più riprese con la sua presenza scenica, a differenza del cantante, un po’ troppo timido nel ruolo di frontman. In ogni caso, fuori luogo, soprattutto tenendo conto che Roma probabilmente è la prima fucina italiana di band stoner/doom (Doomraiser su tutti) e che sicuramente si sarebbero potute trovare alternative più adeguate per aprire la serata. Che l’organizzazione tenga in conto quest’aspetto per un’eventuale prossima tappa romana dei Kyuss.

L’attenzione è ovviamente tutta per gli headliner, attesi da un pubblico calorosissimo che ne chiama il nome a gran voce e che, sin dall’intro di batteria di Hurricane, si scatena in un pogo selvaggio che riscalda, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, l’aria all’interno dell’Orion. Brant Bjork alla batteria, uno dei membri storici della band, barbuto più che mai, pesta come un dissennato la sua Pearl. Al basso una delle new entry, Billy Cordell, musicista di esperienza e tecnicamente dotatissimo, la cui presenza scenica riesce a stemperare qualsiasi dubbio sulla serietà dell’operazione Kyuss Lives! (non una semplice cover band, come alcuni detrattori insistono a sostenere). Grande attenzione, poi, per il chitarrista Bruno Fevery, chiamato al compito più difficile di tutti: sostituire egregiamente e non far rimpiangere Josh Homme. Obiettivo certamente riuscito, visti i risultati. Fevery è un chitarrista molto capace, abile nell’alternare riff più pesanti ad arpeggi psichedelici, come d’altronde prevedono i brani dei Kyuss. Infine, ovviamente, il più atteso. John Garcia, fenomenale cantante e leader della band, dalla presenza scenica essenziale e magnetica. Non una parola per il pubblico in un’ora e mezza di concerto, ma una prova vocale superlativa e onirica, per quello che probabilmente è uno dei frontman più ammalianti che abbia mai visto esibirsi. Uno sciamano capace di calamitare su di sé l’attenzione con un semplice sguardo.

Che cosa dire, poi, di una scaletta indovinata, che recupera tutti i grandi classici della band, da Supa Scoopa and Mighty ScoopEl Rodeo, passando per l’uno/due iniziale di “Blues for the Red Sun”, composto dalle mitiche Thumb e Green Machine. Il pogo è continuo e l’energia che si crea nel pubblico raggiunge livelli altissimi sui bis conclusivi, che vanno dalla strumentale Molten Universe a quello che a buon diritto molti ritengono il manifesto della band, Odyssey, senza dimenticare le meravigliose Conan Troutman e Spaceship Landing. Peccato per l’assenza di Demon Cleaner, probabilmente unico, piccolissimo neo di una serata altrimenti perfetta, che ha lasciato più che soddisfatti i tantissimi fans della band accorsi per l’evento. Con buona pace di chi ancora rimpiange Josh Homme e nel frattempo, colpevolmente, rinuncia all’esperienza mistica dei Kyuss Lives!.

Livio Ghilardi

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *