Napalm Death – Traffic, Roma 25/06/12

napalm death

1986: gli Slayer spostano più in là il concetto di “estremo” in musica con il capolavoro assoluto “Reign in Blood”. 1987: dall’Inghilterra arriva la definizione perfetta di estremo. Il disco si chiama “Scum” e a pubblicarlo sono alcuni giovani ragazzi di Birmingham, i Napalm Death. Produzione lacunosa, ritmi elevatissimi, urla senza ritegno. Fu così che il grindcore ebbe i suoi natali nelle Midlands. Da allora sono passati venticinque anni, degli autori di quel disco non è rimasto più nessuno nella band, ma i (non più) giovani ragazzoni inglesi continuano a macinare kilometri per portare in giro per il mondo la loro musica, secondi a nessuno e con un passato ingombrante del quale Barney, Shane, Mitch e Danny continuano a celebrare i fasti, affiancandogli nuove produzioni sempre di ottima caratura.

Arriviamo al Traffic di Roma alle 21.45. Il locale, nella periferia est della Capitale, pur essendo piccolo e spartano, riesce da qualche tempo a far esibire a Roma ottime realtà del metal più estremo, del punk e dell’hardcore. Le dimensioni ridotte, inoltre, incentivano la vicinanza tra band e pubblico, creando un’atmosfera molto intima da club d’altri tempi.

I Galera hanno già terminato la loro esibizione e ci accoglie già sul palco il trevigiano Nicola Manzan con il suo geniale progetto Bologna Violenta, one man band ormai di culto nel panorama musicale italiano estremo e non. Con una chitarra elettrica, accompagnato esclusivamente da campionamenti e basi registrate, l’esibizione del buon Nicola è molto suggestiva e rende onore alla trasversalità musicale del personaggio, che abbiamo visto più volte al fianco degli artisti principali del panorama indie italiano (Baustelle, Il teatro degli orrori, Non voglio che Clara e altri). Una mezz’ora abbondante di grindcore misto a industrial e noise, a dimostrazione di un’interessante proposta musicale, onnivora e senza peli sulla lingua. Da rivedere presto in un concerto tutto suo.

Subito a seguire tocca ai romani The Orange Man Theory, mentre il locale e l’area a esso antistante cominciano a riempirsi. La band gioca in casa e si rende protagonista di un concerto potente, che pesca tra gli album pubblicati e tra canzoni ancora inedite. La proposta dei quattro romani, fatta di un hardcore dalla forte vena grind ma che non disdegna incursioni più punkeggianti, è ben accolta dal pubblico, che tuttavia non partecipa all’esibizione come potrebbe. Ciononostante i quattro non risparmiano energie e inondano le orecchie dei presenti con un flusso incessante di riff ben assestati e ritmi alle stelle.

Con mezz’ora di ritardo rispetto alla tabella di marcia, a mezzanotte in punto è il momento degli headliner, campioni del grind ma soprattutto maestri di umiltà e di disponibilità nei confronti del pubblico. L’inizio è di quelli potenti, con le prime tre tracce di “Utilitarian”, ultima fatica della band di Birmingham pubblicato qualche mese fa. Barney è un istrione e si muove in continuazione, affiancato dall’imponente Shane Embury al basso e dall’inquietante Mitch Harris alle chitarre e agli screams più acuti, il tutto sorretto dalla batteria tritaossa di Danny Herrera. Il pogo è selvaggio e c’è doveroso spazio per crowd surfing e stage diving. Tra un brano e l’altro, Barney affronta discorsi importanti sulla libertà di religione, a dimostrazione del forte impegno sociale, d’impronta anarchica, che la band ha sempre portato nei suoi testi, senza esacerbare la propria dimensione politica. Non sono mancati divertenti siparietti legati alla partita Italia-Inghilterra. Come giusto che sia, però, è stata la musica del quartetto inglese a parlare. Una scaletta ben bilanciata che ha ripescato brani da quasi tutti i dischi della ormai trentennale carriera della band, con la più recente Silence Is Deafening e i classici di “Scum” e “From Enslavement to Obliteration” sugli scudi. Immancabile la storica You Suffer, nel Guinness dei Primati come canzone più corta di sempre (un secondo scarso), riproposta anche nei bis senza troppi convenevoli. Il set si chiude con la bellissima cover dei Dead Kennedys Nazi Punks Fuck Off, a suggello dell’orgoglioso antifascismo della band. Al ritorno sul palco la band si lancia in Scum rievocando l’importanza dell’omonimo disco di venticinque anni fa, seguita da Human Garbage e dalla conclusiva Instinct of Survival.

La storia dell’estremo che scende, umile e spaccaossa, tra le folle, senza temere di stordire con i suoi suoni. D’altronde, è il silenzio ad essere assordante. Daje de grindcore, Napalm Death!

Livio Ghilardi

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