Dimmu Borgir – Orion, Ciampino 11/06/12

Avevo dodici anni circa quando, da giovanissimo metallaro quale ero, scoprii i Dimmu Borgir. Ascoltare per la prima volta Mourning Palace, con la sua intro sinfonica e la sua atmosfera ammaliante e solenne, fu il mio primo vero e proprio lasciapassare per il fascinoso mondo del black metal. Col tempo sarebbero arrivati poi Darkthrone, Immortal, Mayhem e compagnia oscura a riempire le mie orecchie di blast beat e urla sataniche, ma l’affetto nutrito per i Dimmu, nonostante pacchianerie varie, discutibili cambiamenti di line-up ed elucubrazioni mentali su “true vs. false black metal”, è rimasto intatto.

Per tutte queste ragioni, l’appuntamento con la band norvegese all’Orion di Ciampino è stato davvero irrinunciabile. Soprattutto, poi, se consideriamo che il tour in questione, “An Evening With Dimmu Borgir”, vede l’intera riproposizione di quel capolavoro che risponde al nome di “Enthrone Darkness Triumphant”, che proprio con Mourning Palace aveva il suo magnifico incipit. L’occasione, pertanto, è ghiotta. L’Orion, peraltro, accoglie bene Shagrath & co. sebbene, rispetto ai concerti al locale di Ciampino che hanno preceduto quello dei Dimmu, il pubblico sia numericamente inferiore. Paura di ricevere una “sola” dalla band? Timori leggendo live report di show precedenti? Dubbi sulla formazione attuale del gruppo? Troppi concerti a Roma concentrati nello stesso periodo, tali da impedire la spesa di trenta euro? Ai posteri l’ardua sentenza. Certamente tra il pubblico tanti sono i ragazzi e ragazze che vengono da fuori, sud in particolare. D’altronde, si trattava pur sempre del primo concerto dei norvegesi al centro/sud e per chi, come il sottoscritto, ha aspettato anni per vederli live, certamente si è trattato di un evento imprescindibile.

Nessuna band spalla prevista per la serata, così si arriva all’Orion che il palco è già approntato per l’esibizione dei norvegesi. Alle 22, puntualissimi sulla tabella di marcia, arrivano sul palco i sei, guidati dal frontman Shagrath, introdotti, appunto, dall’intro sinfonica di Mourning Palace. È il delirio. Per quanto surreale possa sembrare che il pubblico canti un brano le cui parti vocali sono in growl, è proprio ciò che è avvenuto: “Whispering voices, summoning screams, waiting for Satan to bless their sins”, e si è creata subito intesa tra band e pubblico. Sul palco, oltre a Shagrath, i due chitarristi Galder e Silenoz (quest’ultimo ora completamente rasato), il bassista Cyrus (un po’ anonimo, soprattutto pensando a chi l’ha preceduto), il potentissimo batterista polacco Daray, autore di una prova a dir poco strepitosa, e Gerlioz alle tastiere e synth. Fortunatamente, la qualità dei volumi è ottimale e la ricca proposta sonora dei norvegesi non ne esce penalizzata come invece è successo a più riprese in passato nei vari locali dello Stivale. Dopo Mourning Palace, come da copione, si passa per Spellbound (by the Devil), altro grande classico dei Dimmu, seguito a sua volta da In Death’s Embrace, quello che, a parere del sottoscritto, è il pezzo più bello mai composto dai norvegesi. Comprensibile, quindi, la soddisfazione di ascoltarlo live. Shagrath interagisce e carica continuamente il pubblico, supportato dai due chitarristi. L’esibizione prosegue con l’intera riproposizione di “Enthrone Darkness Triumphant”, passando da Tormentor of Christian Souls a Master of Disharmony e giungendo, in conclusione, a A Succubus in Rapture, dedicata alle tantissime ragazze presenti in sala. C’è spazio anche per Raabjørn Speiler Draugheimens Skodde, traccia bonus del disco, originariamente pubblicata su “For All Tid”, primo album della band.

Dopo una pausa di circa dieci minuti, durante la quale vengono fatte suonare alcune basi orchestrali di alcuni dei brani della band (tra cui facilmente riconoscibile Born Treacherous), spetta al batterista Daray il compito di riaprire le danze con un assolo di batteria che vede il pubblico decisamente partecipe. Si riprende, quindi, con alcuni pezzi tratti dal repertorio più recente della band. Vredesbyrd, tratta da “Death Cult Armageddon”, è accolta da un vero e proprio boato, così come la successiva Kings of the Carnival Creation. C’è spazio anche per tre estratti dall’ultimo disco, Ritualist, Dimmu Borgir (a dir poco magnifica) e Gateways. Da notare l’utilizzo di basi vocali campionate per i cori e per il cantato pulito, sebbene Shagrath si dedichi comunque ad alcuni controcanti e ad alcune parti pulite che tuttavia, vuoi per volumi, vuoi per incertezze del frontman, vengono decisamente sovrastate dal pubblico. Non sarebbe male, prossimamente, che queste parti diventino appannaggio di un turnista, abbandonando l’utilizzo di campionature che, per quanto efficaci, poco si conciliano con il live. Il set si chiude con Puritania, ma c’è spazio anche per due bis: The Serpentine Offering e la meravigliosa Progenies of the Great Apocalypse. Finisce così, dopo quasi due ore di musica, un concerto convincente e coinvolgente.

Francamente, lo show dell’Orion aveva prontamente smentito qualsiasi titubanza dovuta alla lettura di live report di esibizioni precedenti in terra italiana, in cui la scaletta era ridotta all’osso e le prove dei singoli musicisti non impeccabili. Peccato, quindi, leggere che i successivi show di Roncade e Bologna abbiano confermato queste ultime impressioni e non quelle del concerto di Roma, a causa di un Shagrath non a livelli ottimali e ad una scaletta molto più accorciata, senza addirittura l’intero “Enthrone Darkness Triumphant”. Stavolta a noi “romani” è andata di lusso, ma i Dimmu devono stare attenti a non confermare le voci maligne che da più parti piovono nei loro confronti. Fossero sempre quelli visti all’Orion, infatti, potremmo parlare di uno dei migliori live act nella scena estrema. Peccato che non sempre vada così.

Livio Ghilardi per Mag-Music

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