Intervista agli Ephel Duath

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Succede di tutto e di più, ancora. La storia si ripete, ancora. Resta il nucleo, cambia il contenuto. Ad un certo punto, dopo “Through My Dog’s Eyes”, Davide Tiso, il cervello degli Ephel Duath, decide di resettare tutto e di dare una chiave tendente più all’estero che alla sua terra natia in quanto a formazione. E allora ecco l’affermata, e sua nuova compagna di vita, Karyn Crisis alla voce, il bassista Steve DiGiorgio e, dietro le pelli, Marco Minnemann. Il risveglio della band è qui, con un EP come “On Death and Cosmos“, tre tracce che rimettono in carreggiata musicisti simili e il metal nostrano in generale. È lo stesso Davide che ce ne parla, fornendo anche qualche ulteriore indiscrezione…

Come hai conosciuto Karyn Crisi, e com’è nata la decisione di sceglierla come voce principale del gruppo?

Nel 2009, poco prima di iniziare la promozione di “Through My Dog’s Eyes”, il cantante di Ephel Duath Luciano Lorusso ha dovuto lasciare la band per problemi economici. Dopo aver lavorato così a tanto a quel disco, mi sono trovato, di punto in bianco, l’unico membro attivo della band. Nel frattempo l’Earache faceva pressioni perché io cercassi dei sostituti e riportassi la band dal vivo, ma dopo qualche tentativo non soddisfacente, decisi di fare la promozione del disco da solo e prendere una pausa da Ephel Duath.  In quel periodo Eraldo Bernocchi mi chiese di suonare la chitarra nel disco solista di Karyn Crisis che era in fase di progettazione. Accettai con entusiasmo. Io ed Eraldo in pochi mesi componemmo diciassette brani nel suo studio in Toscana, quando Karyn ci raggiunse in Italia per registrare la voce ci fu della tensione con Eraldo che ha portato l’intera produzione in fase di stallo. Io e Karyn, che nel frattempo avevamo iniziato una relazione, decidemmo allora di venire in California per trovare musicisti locali e iniziare una vita assieme. Per più di un anno mi sono focalizzato su diversi progetti musicali, una volta presa la decisone di tornare con ED ho pensato di chiedere a Karyn di fronteggiare la band ed il suo contagioso entusiasmo e professionalità hanno reso il processo molto naturale e assolutamente coinvolgente.

Senza nulla togliere alla prova vocale di Luciano George Lorusso che aveva raggiunto il suo apice espressivo in “Through My Dog’s Eyes”, la voce di Karyn sa già come fare breccia dentro l’anima del progetto Ephel Duath.

La voce di Karyn mi ha stregato sin dal primo ascolto. Ci sono alcuni tipi di cantato che sono come uno schiaffo in faccia, altri che riescono ad emozionare e li si sente dritti nello stomaco. Penso che Karyn sia capace di donare entrambe le sensazioni. Ho sempre saputo che le nostre diverse personalità musicali sarebbero potute divenire una miscela esplosiva se ben amalgamate.

Che sensazioni dà lavorare con la propria moglie?

Quando io e Karyn parliamo della band non siamo una coppia sposata, siamo il chitarrista e il cantante del gruppo. La nostra relazione non entra minimamente in conto quando si tratta di gestire Ephel Duath e molto spesso mi dimentico completamente di avere a che fare con mia moglie.

Lavorare con Karyn è ogni giorno un’esperienza fantastica. La stima reciproca che abbiamo è molto positiva per la buona riuscita dei progetti che ci coinvolgono e devo dire che è un onore averla al mio fianco negli Ephel Duath. Karyn ha portato tantissima grinta nella band, sia dal punto di vista musicale sia nella fase gestionale. Ogni giorno mi spinge a dare il meglio come compositore e tenendoci entrambi con i piedi per terra non lascia mai che ci accontentiamo di nulla: sempre puntare al meglio, si può fare sempre di più.

La cosa che preferisco di Karyn come band mate è la sua brutale onestà. Se una cosa non le piace non solo te lo fa sapere ma ti ride pure in faccia e questo fatto, specialmente per una persona che prende la musica seriamente quanto me, è un ottimo modo per bilanciare il mio svizzero e puntiglioso approccio alla band.

“On Death and Cosmos” prosegue sulla scia della “non-forma canzone” del precedente “Through My Dog’s Eyes”, il disco che rappresentava la sintesi perfetta del suono Ephel Duath. Con il tempo vi spingerete ulteriormente oltre questi schemi?

Penso che la non-forma canzone rappresenti un importante trademark per gli Ephel Duath. Comporre in questo modo è un processo assolutamente naturale per me, mi viene facile e penso che in futuro continuerò a sperimentare in questa direzione. Mi sembra che la mia musica si stia sviluppando verso lidi più lenti e monolitici, sento il bisogno di lavorare su brani più lunghi che in passato, oltre i sei minuti, viaggi sonori caratterizzati da svariati mood che si susseguono l’un l’altro, cercando di dare all’ascoltatore una sensazione di conforto nello smarrimento. Mentre compongo, arrangio o registro i miei brani spesso mi ci perdo dentro. Cado in una fase di leggera trance in cui il tempo sembra dilatarsi e c’e’ un sottofondo di pace nella mia mente: sarebbe bellissimo riuscire a donare la stessa sensazione a qualche ascoltatore. A volte cancello canzoni intere per avere l’opportunità’ di registrarle una seconda volta, così, tanto per viaggiare tra le note un po’ più a lungo.

Black Prism, Raqia, Stardust Rain. È presente un filo che in qualche modo connette le tre tracce dell’EP?

I testi di “On Death and Cosmos” sono visioni poetiche di sensazioni molto crude quali l’abbandono, la trasformazione attraverso il dolore, la morte fisica e il passaggio a uno stato incorporeo. Composto durante un periodo di lutto e depressione, il titolo dell’EP simboleggia la morta di ogni mio legame con le mie radici e l’estrema vastità delle scelte che si aprono di fronte a me come conseguenza di questa. In questo momento della mia vita mi sento uno zingaro più che mai, posso adattarmi a vivere in qualsiasi città a qualsiasi condizione senza sentire nessun senso di nostalgia. Se da un lato ciò può simboleggiare il raggiungimento di una libertà e di un’emancipazione superiori, è anche vero che questo rappresenta un cambiamento brutale che raffredda notevolmente la mia sensibilità di uomo e che mi spaventa. I testi dell’EP sono nati in questa dolorosa fase di sconvolgimento emotivo. C’è un lato positivo in ogni tragedia, anche se molto spesso il dolore non ce lo lascia mettere a fuoco appieno: nel mio caso, morte ha significato ritrovare me stesso. Tornando a comporre per gli Ephel Duath è come se fossi tornato a riappropriarmi del mio stesso baricentro.

Steve DiGiorgio e Marco Minnemann, una sezione ritmica che non ha bisogno di presentazioni. Con l’aggiunta della possente voce di Karyn si può dire che, per tornare alla grande, tu ti sia circondato di persone caratterizzate da un immenso talento…

Una volta ricominciato il processo compositivo, ho deciso che avrei cambiato l’attitudine della band: oggi Ephel Duath è una band molto diversa da quella di due anni fa. Oggi gli Ephel Duath sono nella loro fase migliore di sempre perché ho semplicemente accettato che la band fa parte dell’underground e lì resterà. Allo stesso tempo il rispetto che ho per la mia musica è cresciuto esponenzialmente e nell’assemblare la line-up per “On Death and Cosmos” ho voluto solo il meglio. Tre musicisti fantastici e molto differenti che hanno pazientemente contribuito al progetto aiutandomi a portarlo esattamente dove avevo pianificato.

Hai sempre scritto personalmente tutti i testi dei dischi degli Ephel Duath. Anche quelli di “On Death and Cosmos” sono opera tua, o hai coinvolto nel processo di scrittura anche Karyn?

Ho scritto i testi di “On Death and Cosmos” e composto tutte le parti vocali, penso che continuerò a prendermi carico della parte lirica degli Ephel Duath anche nel futuro.

La maggior parte delle vostre composizioni hanno sempre avuto delle forti potenzialità cinematografiche. Penso soprattutto brani di “The Painter’s Palette” e “Pain Necessary to Know”, che sarebbero perfetti per un film di David Lynch. Davide, ti è mai capitato di occuparti di qualche colonna sonora?

No, non ho mai curato una colonna sonora. Ho preso parte a progetti dal piglio cinematografico, come Parched con Eraldo Bernocchi, ma non ho mai lavorato fianco a fianco con un regista per mettere in musica delle immagini. Sarebbe bello, spero che un giorno si presenti l’occasione.

– Il tuo modo di suonare la chitarra mi ha sempre ricordato, in un certo senso, quello di Robert Fripp. Ascoltando gli ultimi lavori a nome Ephel Duath, in più di un’occasione mi sono venuti in mente i King Crimson di “Red”. Ti hanno influenzato in qualche modo?

Robert Fripp è sempre stato una grande influenza per me, specialmente tra il 2003 e il 2005, anni molto importanti per Ephel Duath. Da sempre rimango a bocca aperta per la raffinatezza di questo fantastico musicista e mi continuo a chiedere come riesca a creare così tanto pathos attraverso partiture chitarristiche assolutamente innovative ma anche così complicate e dissonanti. La prima volta che ho ascoltato Fripp suonare ho provato un assoluto e straniante senso di familiarità’ con le sue note, qualcosa che non avevo mai sentito prima con nessun altro musicista. Penso che Fripp mi abbia smosso più di quanto Tony Iommi, Frank Zappa, Joe Satriani o Jimmy Page siano riusciti a fare.

Per la maggior parte della carriera, gli Ephel Duath sono stati legati all’Elitist Records, un’etichetta sussidiaria del colosso Earache Records. Primo dello split, avvenuto nel 2008 dopo l’uscita di “Through My Dog’s Eyes”, in alcune interviste hai dichiarato che l’Elitist/Earache non era l’etichetta adatta a voi poiché, tra l’altro, erano preoccupati delle possibili evoluzioni della band. Adesso fate parte del roster della polacca Agonia Records. Com’è nato il rapporto con essa?

Filip di Agonia ha cercato di contattarmi per anni ma per un motivo o un altro siamo riusciti a parlarci solo la scorsa estate: da subito sono rimasto colpito dal suo grande entusiasmo per la mia musica. Per un po’ siamo stati in trattativa per fare uscire la mia one man band Manuscripts Don’t Burn per Agonia, nel frattempo Filip continuava a menzionare un mio possibile ritorno con Ephel Duath senza riuscire a smuovermi granché. Una volta presa la decisione di tornare con gli Ephel Duath ho scelto Agonia come label per la perseveranza e passione dimostrata dal label manager,  Il supporto, il budget e la passione che Agonia sta offrendo a Ephel Duath va oltre qualsiasi altra esperienza io abbia avuto con discografici e il mio senso di gratitudine verso questa piccola e intraprendente realtà polacca cresce di giorno in giorno.

C’è da dire che gli Ephel Duath non hanno mai avuto una catalogazione vera e propria. Con dischi come “The Painter’s Palette” e “Pain Necessary To Know” si è parlato di jazz-metal. E oggi?

Oggi forse la matrice jazz degli Ephel Duath ha perso un po’ d’importanza, mentre il death metal, in qualsiasi sua forma, è divenuto il genere di musica che ascolto di più e che di conseguenza diventa una delle influenze più chiare. Allo stesso tempo è mia volontà mantenere il sound della band in territori ibridi: gli Ephel Duath per brillare devono rimanere in uno status di continua ricerca, evoluzione e progressione che non può rimanere legato a un solo genere musicale.

Avete già in mente quelli che potrebbero essere i vostri progetti per il futuro?

Siamo nel pieno della promozione di “On Death and Cosmos” e finora le reazioni sono molto positive. Stiamo preparando un video per il brano Stardust Rain assieme al visionario Mitch Massie che ha curato l’ultimo short movie di Cattle Decapitation. Nel frattempo sono da mesi al lavoro su un nuovo album che spero riusciremo a far uscire la prossima primavera/estate. Ho già composto sei brani e cinque testi e sono davvero molto soddisfatto di come i brani stanno evolvendo.

Per quanto riguarda quella che può essere definita come “la zona pesante dello stivale”, da più di un decennio siete una delle band italiane di maggior rilievo, insieme a Zu ed Ufomammut. Avete contribuito alla nascita di una nuova onda, un nuovo modo di esprimersi in Italia…

Grazie per le belle parole, rispetto molto sia Zu che Ufomammut, mi fa piacere che tu accosti l’attitudine di ED a quella di queste due grandi band. L’Italia è un paese a cui tengo molto ma da cui sono cercato di scappare tutte le volte che mi si è presentata l’occasione. L’attitudine un po’ provinciale e campanilistica tipicamente italiana mi ha creato problemi sin da quando ero bambino. Quando ho creato gli Ephel Duath ho cercato fin da subito di liberare la band da tutte quelle limitazioni da cui sembra affetto ogni progetto nato nella penisola: sognare in grande sembra un tabù in Italia “che poi ci si monta la testa”.  La mia band rappresenta il veicolo che ho per viaggiare con la mia immaginazione e di certo non ho bisogno di alcuno freno inibitorio. La meritocrazia sembra non abitare in Italia, allo stesso tempo, l’esterofilia è imperante. Pubblico e media sempre pronti a scovare band fuori dalla penisola e a snobbare le italiane, a parte quei pochi nomi nel giro giusto, quello che conta: acts bolliti e ribolliti che in vent’anni avranno fatto una decina di date all’estero, ma che una volta l’anno si autocommiserano tra le opening band dello sguaiato Gods of Metal. Quando invece c’è da parlare di band come la mia, che si sbatte per davvero a portare la musica italiana al di fuori del paese, si perde piu’ tempo ad attaccare o stuzzicare il sottoscritto invece che ascoltare il materiale da recensire e fare il proprio lavoro di scribacchino con decenza: le recensioni più povere e negative le ricevo sempre da magazine italiani. Che tristezza. C’era un momento in cui Aborym era, a ragione, l’act black metal piu’ in vista del panorama internazionale. Quanta merda ho letto riguardo Aborym nella stampa italiana in quegli anni: forum stracolmi di gente pronti a sparare a zero sulla band romana, mentre tutto il mondo ce li invidiava. Oggi tutta quella gente adora Watain, che non vale un decimo di quello che era Aborym. Quanta fatica si fa a volergli del bene a questa Italia del cazzo.

Sperando non sia troppo presto per una domanda simile, avete già in mente quelle che potrebbero essere le vostre sorprese da tenere in serbo per il futuro? Magari qualche collaborazione…

Se tutto va per il verso giusto avremo la stessa line-up per il prossimo disco. Erik Rutan sarà il produttore e suonerà la chitarra e canterà in alcuni brani. Ho in mente altri due guests, che ancora non posso nominare, e non escludo mi vengano altri nomi in mente.

Gustavo Tagliaferri e Marco Gargiulo

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