The Hounds of Hasselvander – The Ninth Hour

the hounds of hasselvander - the ninth hour

È un infuso doom in puro stile Black Sabbath dell’era Ozzy questo “The Ninth Hour”. Provare per credere.

Autori di questo titanico album sono i The Hounds of Hasselvander, monicker che rappresenta il progetto solista di Sir Joe Hasselvander, ex batterista dei Pentagram e da anni nella line-up Raven. Oltre ad esserne l’ideatore, Hasselvander in fase di registrazione è anche il cantante, il chitarrista e, naturalmente, il batterista. Con questo suo secondo full-length, sin dalle prime note sembra venire fuori una rievocazione, con una voce più “sporca” e meno melodica, dei Black Sabbath tra il primo omonimo album, “Sabotage” e “Paranoid”. Aggiungete a tutto ciò degli accenni all’acid rock (si vedano, ad esempio, i synth di Restless Soul  e la superlativa Coming of the King), un groove 70’s, ed il gioco è fatto. La voce è un ineccepibile distillato di proto-doom/Lemmy Kilmister, con il Nostro che per l’appunto vocalizza tra Ozzy (nei ritornelli) ed il baffuto leader dei Motörhead (nelle strofe). Ogni traccia trasuda gocce di crudo blues e hard rock avvolte dal solito alone di occulto e mistero che caratterizza il magico mondo del doom. Il primo brano, The Ninth Hour, è una marcia di ben dodici minuti di puro, sfacciato e strafottente doom molto Black Sabbath, dove il rumore iniziale della pioggia si contrappone alle consuete ambientazioni cariche di misticismo. Heavier Than You è l’unico brano che preme sull’acceleratore rispetto agli altri. Sembra un pezzo di Lemmy con gli Hawkwind. Don’t Look Around è una cover dei Mountain (nobless oblige, che ve lo dico a fa’). Salem ammalia con le sue ambientazioni medio orientali ed il suo incedere diretto verso il bel mezzo del deserto. In quest’ultima si prosegue poi verso lidi più hard rock molto da escursione sulla Route 66 tra i falsetti di sottofondo e il cantato sporco, kitsch, di sua maestà Hasselvander. Consueto finale che conosciamo già. Coming of the King è il pezzo conclusivo, per la serie “the last but not the least”, è la chicca di quest’album. Sembra una sorta di b-side dei Saint Vitus in chiave acid rock, con quell’assolo finale di piano Hammond che ci manda in brodo di giuggiole. Un lamento molto spiritual che sembra provenire da meandri parecchio oscuri del subconscio umano. Un album che, nella sua interezza, che non dovrebbe mancare nella collezione di tutti i bravi doomster o dello zoccolo duro dei mirabolanti anni ’70 tra zeppe, baffoni ed LSD. Malinconico e sfrenato quanto basta, mistico e liberatorio. “The Ninth Hour” è un grido disperato del plettro coatto, in un continuo crescendo, dalla prima all’ultima traccia.

Consigliato non solo ai doomster, ma ad un po’ tutti quelli che perseguono l’ideale della borchia. La loro anima ne gioirà.

Giacomo Andrea Cramarossa per Mag-Music

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