Secrets of the Moon – Seven Bells

Nelle “Spread Vastlands” quattro ragazzotti, che corrispondono al nome di Secrets of the Moon, sono cresciuti a crauti, birra e Dimmu Borgir. Non si truccano da Abbath degli Immortal, non bruciano chiese… sono facce pulite al servizio del black metal che più black metal non si può. Nati artisticamente nel 1995, nel corso degli anni si sono affermati come una delle più sedicenti realtà del black metal tedesco.

Seven Bells” rappresenta il loro quinto lavoro in studio, il primo con una formazione totalmente rinnovata. Un full-length ricercato dalle sonorità pulite, meno da eccidio più da thrilling ragionato, cupo, visceralmente incessante, talvolta enigmatico, non possiede partiture complicate. Nella sua semplicità quest’album risulta essere incisivo ed angosciante. Ogni brano è accompagnato da un diverso rintocco delle campane, le chitarre possiedono un groove energico e sono molto coinvolgenti e di grande impatto. La batteria è ben dosata, percussioni e rullante parecchio imponenti, sopratutto nelle parti più incessanti e roboanti. La voce possiede il classico timbro scream come il genere suggerisce (vedi Gothead), altre volte parecchio più “sinfonica” (come in Blood Into Wine). Un disco ricco d’innesti già calcati di matrice symphonic, dai Dimmu Borgir ai Marduk de “La Grande Danse Macabre”, passando per i Limbonic Art e per i Moonspell nelle parti pulite, melodiche e avant-garde.  Il brano che trae il titolo dall’album (Seven Bells) è un’onda sonora dove la batteria fa da apripista a un riff di chitarra incessante e suntuoso. Altro pezzo degno di nota è Styx, brano malinconico, dove un giro armonico parecchio orecchiabile fa da tramite al solito andamento cupo classico del genere con una sezione ritmica incessante e voce in screaming di puro stampo black, il tutto ricreando uno scenario sonoro tanto caro alle desolate lande di norrena memoria. Ultimo pezzo degno di nota è Serpent Messiah, nel quale l’iniziale andamento frenetico con riff melodico introduce una parte pulita (cantato in primis) lenta ma vigorosa, parti cadenzate nelle quali vi scorgo influenze dei Moonspell su schema sinfonico molto Limbonic Art. Infine, a livello di chicche più o meno sperimentali, sicuramente degna di nota è l’introduzione di una seconda voce femminile in The Three Beggars.

Quest’album è un mix di sperimentazioni di stampo classico, ma dal dosaggio ben congeniato e discretamente estroso. “Seven Bells” è stato prodotto da uno dei pionieri del genere, da quel fottuto genio che corrisponde al nome di Tom G. Warrior, fondatore dei Celtic Frost, c’è anche l’impressione che ci sia il suo zampino artistico in pezzi come Styx o Serpent Messiah.

Supremazia tecnologica tedesca, ma di stampo scandinavo. E questa volta Varg Vikernes (Burzum) e i suoi recenti camuffamenti da guerriero nordico, tipo party di carnevale, non c’entrano nulla. Per fortuna.

Giacomo Andrea Cramarossa per Mag-Music

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