S.M.S. – Da qui a domani

Un precipitato d’ossa dentro alla mente fragile. Fuori asse il tempo. Impronte sul guanciale, i solchi sulle guance al varco delle sere. E tu, dov’è che adesso sei?“.

Il gelo della “Siberia” che, spoglia del vestiario di stampo sovietico, si rivela essere una Firenze in fase di rivoluzione, le lacrime versate tre volte, o forse di più, di lì a poco, gli incontri di “boxe” che si dimostrano degli insegnamenti, che siano o meno trascorsi in compagnia di Federico Fiumani o nella propria stanza, tra la composizione e l’altra di una nuova canzone. Passa il tempo, terminano, anche se non del tutto, le esperienze, ma il teatro, la scenografia, i Van der Bosch, gli (P)neumatica e poi di nuovo Fiumani si succedono piano piano. Già, come possono essere significativi quei momenti che si sono protratti dagli anni ’80 fino alla prima metà degli anni Zero. Se ci si chiama Miro Sassolini, appare davvero difficile che possa essere il contrario.

L’affronto di nuove esperienze può confermarsi sempre come un’ottima occasione per continuare a vivere e far parte di un vasto mondo come quello dell’arte, tanto cara al nostro. Ma a volte può capitare di ritirarsi, così, improvvisamente, nella riflessione, nella meditazione relativa ad idee, innovazioni, necessità di mostrarsi per quello che si è realmente. Non sono periodi eterni, fortunatamente, e il coinvolgimento di poeti (Monica Matticoli), tastieristi e gestori di sintetizzatori (Federico Bologna) e, in particolare, bolognesi passati dallo stato di voci anarchiche a produttori non meno capaci (Cristiano Santini) è di vitale importanza per quello che è il parto di un disco come “Da qui a domani“. S.M.S., più voci per formarne una sola.

Dove hai riposto la rabbia dei giorni chiusi? Dove i silenzi ruvidi, il cruciverba rotto e i conti non tornano e i segnali di fumo rimangono fumo?“.

Miro, in queste vesti, prende la forma canzone e, senza tralasciare quello spazio ritagliatosi tra un atto e l’altro, ne fa strumento di ricerca, vocale e sonora, in un universo anomalo, solo di facciata arduo da scoprire, ma in realtà così celestiale, che già dal primo ascolto lascia interdetti, passo dopo passo. Dove ci si incarna in un David Sylvian avente tra le maggiori influenze l’Ivano Fossati più sobrio (Disvelo), per non dire anche Franco Battiato (In quiete), e che riprende contatto, dopo un tempo immemore, con Ryuichi Sakamoto (Rimane addosso la veste lacerata del risveglio), Mai troppo chiuso il tempo), fino a scoprire lo Steven Wilson più cosmico (Oltremodo) e diventare vicino del Max contiano, a sua volta rivoltato completamente nell’aspetto, ma non nella sostanza (Dal vetro allo specchio).

Tu sei vento, t’occorre il tempo per vincere la sorte“.

Ma anche il palcoscenico influisce molto, e mettere in scena il retrogusto francese di quel personaggio che risponde al nome di Leonard non è cosa da poco, come anche unirsi in un depechemodeiano connubio tra sessi Sul limite (introdotto proprio dalla voce della Matticoli), fino al downbeat etereo di A nudo e al soliloquio di Semel heres, una linea su cui si muove anche l’Idea dell’alba. Lontano dalla ricerca prepostasi inizialmente, ma non per questo meno convincente, è Petite mort, amore e desiderio visti con una maggiore leggerezza, dal punto di vista degli arrangiamenti.

… stanotte è domani, è stanotte da sempre, da sempre, è quest’ultima notte“.

L’arte. Non viene meno ai principi vitali di Sassolini questo concetto, perché “Da qui a domani” lascia che molteplici orizzonti s’incrocino dando luogo ad uno spettacolo dove ad avere la meglio non è uno solo, ma tutti i suoi partecipanti. Questa, è arte vivente. E conta moltissimo per un ritorno che non sarà non facilmente fruibile, ma una volta entrati dentro raffigura l’emblema del fatto che certi cantanti di talento ne hanno ancora da vendere.

Gustavo Tagliaferri

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