Intervista ai Virginiana Miller

virginiana miller

Sono passati quindici anni da quando Baracca & Burattini si è occupata della prima stampa di “Gelaterie sconsacrate“, album che non ha solo segnato un’epoca fervidissima per la musica italiana, ma ha fatto anche da apertura di sipario a una band che si è rivelata autrice di alcuni dei brani di maggiore spessore dello scorso decennio. Sono i livornesi Virginiana Miller, e proprio dopo questi quindici anni il loro esordio ritorna nei negozi di dischi, soppiantando lo stato di rarità, tipico di una ricerca che si stava protraendo fin troppo nel tempo, e mostrandosi con una nuova cornice, oltre che con qualche sorpresa aggiuntiva. Sono solo alcune delle peculiarità di cui a rispondere sono Simone Lenzi (voce), Daniele Catalucci (chitarra) e Giulio Pomponi (tastiere), proprio ora che “l’estate è finita”…

– Sono ben quindici anni quelli che separano la data di pubblicazione originaria di “Gelaterie sconsacrate” da questa ristampa. Quindici anni che hanno visto i Virginiana Miller muoversi pian piano nell’ambiente pop rock italiano con influssi neo-cantautoriali per poi diventare la band che è adesso.

– Giulio Pomponi: Abbiamo iniziato a suonare al liceo, i nostri idoli erano The Smiths, Depeche Mode, Japan. La prima necessità era quella di essere originali. Siamo stati fortunati ad arrivare fino ad ora nonostante qualche compagno ci abbia abbandonato.

Ovviamente nel tempo i nostri gusti sono mutati non per necessità ma per inevitabile mutare dell’ambiente musicale che ci circondava, d’altra parte, e questo credo capiti per ogni persona, il mondo ci condiziona e noi, a nostra volta, condizioniamo il mondo che ci circonda. Dopo “Gelaterie sconsacrate” credo abbiamo subito una crisi da secondo disco, nel senso che non era chiaro dove volevamo andare quale genere seguire, così “Italiamobile” uscì un po’ in sordina proprio perché era carico di queste incertezze, con “La verità sul tennis” le cose andarono molto meglio e credo da allora che la strada fu molto più chiara, facile no, ma chiara sì.

– Da notare un fatto curioso: se un tempo facevate parte della scuderia Baracca & Burattini, adesso siete sotto l’ala della Gibilterra. Un po’ come i Baustelle, e in un certo senso si potrebbe vedere un’assonanza tra la vostra recente ristampa e quella del “Sussidiario illustrato della giovinezza”, anche se quest’ultima è avvenuta con un’etichetta differente.

– Daniele Catalucci: Credo che in entrambi i casi ci sia stata la voglia di donare “considerazione” a canzoni e ad atmosfere che cominciavano a sbiadirsi un po’ troppo. Si sa come il primo disco sia in genere un concentrato di canzoni convincenti appartenenti a un periodo solitamente lungo, non essendo legato a vicine uscite discografiche precedenti. È un momento irripetibile, ed è giusto che dei nuovi ascoltatori abbiano la possibilità di annusare le nostre radici. Magari per amarci con un briciolo di tenerezza. O per ricredersi definitivamente (sorride, ndr).

– Pensate che il percorso effettuato per “Gelaterie sconsacrate” un giorno avverrà anche per “Italiamobile” e “La verità sul tennis”? Il secondo in particolare, a quanto pare non facile da reperire…

– Daniele Catalucci: È probabile che accada ma non ne abbiamo ancora parlato. A parer mio, sarebbe bello arricchire questo genere di uscite, con tanti elementi extra, che purtroppo i dischi succitati (specialmente Italiamobile) non sono in grado di garantire, per mancanza di materia prima. Da “La verità sul tennis” in poi invece abbiamo allestito un nostro studio e di conseguenza ci siamo riempiti di tonnellate di prove, take interessanti ma bocciate da una versione finale, canzoni con strutture completamente differenti. In questo senso mi piacerebbe arricchire le ristampe con feticci “poveri” ma significativi che hanno marcato il percorso verso quel dato disco.

– Ai vostri esordi corrisponde anche un bassista diverso. Sia qui che in “Italiamobile” c’è Andrea Fusario, successivamente sostituito da Daniele Catalucci, oggi leader dei Piccoli animali senza espressione. Che sensazione dà rispolverare anche quello che è stato il suo tocco, tanto relativo al progetto quanto allo strumento in questione? E a cosa è stato dovuto l’allontanamento?

– Daniele Catalucci: Andrea è un bassista dallo stile molto particolare, ancora più evidente nei suoni acerbi e crudi di gelaterie sconsacrate, piuttosto che in quelli evoluti e più adeguati di “Italiamobile”. Personalmente apprezzo moltissimo il suo stile, col quale mi sono confrontato nei primi anni della mia entrata nel gruppo. È come se fosse un mio piccolo maestro personale, al pari di altri grandi nomi e magari ben più conosciuti.  Ascoltare delle parti di uno strumento in un contesto complesso come quello di un gruppo, ti fa arrivare ad uno stato di confidenza estrema fino a sentire quelle note scorrere dentro. Ammetto che riascoltare “Gelaterie sconsacrate”, nel 2012, mi ha forse fatto realizzare quanto fosse radicato il suo stile nei bassisti più tipici e melodici degli anni ‘80 e poco legato a ciò che girava nelle radio a fine anni ‘90. In “Gelaterie sconsacrate” c’è comunque una maniera molto atipica di tenere in piedi un pezzo, mescolando ritmo, melodia, ma quasi dimenticandosi della massa sonora di un basso elettrico e della sua fetta di responsabilità nel sostenere il tutto da sotto.

– Veniamo all’analisi di diversi brani dell’opera. Chi si nasconde dietro L’uomo di paglia?

– Simone Lenzi: È una storia che lessi su un vecchio numero della Domenica del Corriere, e che era capitata dalle nostre parti. Roba di cent’anni fa. Mi piaceva l’idea di scrivere una murder ballad, e la musica si prestava.

– Qual è, invece, la storia che è alla base di Venere Nettuno belvedere?

– Simone Lenzi: Solo una semplice storia di amore andata a male, come tante. La cosa che m’interessava è il mistero dell’amore appunto, quello che prova l’altro. Il riferimento è a Tiresia (“il vecchio non viene più col bastone a dividerci il mondo“), che, secondo il mito, provò l’amore sia come uomo che come donna.

– Un altro brano di punta è sicuramente Dötlingen, avente come tematica le vacanze di Adolf Hitler. Fosse stata scritta oggi avrebbe subito qualche alterazione e/o correzione?

– Daniele Catalucci: Sarebbe interessante rielaborare Dötlingen in una chiave più moderna. Quest’anno – in piena aria di disco nuovo – ho fatto il possibile per far conoscere al giro virginiano le ultime produzioni di Danger Mouse, soprattutto “Dark Night of the Soul”, un disco nel quale almeno due o tre esempi calzerebbero alla perfezione come ambientazione di nostre canzoni. Probabilmente Dötlingen espressa in quella chiave e con delle sonorità più ampie, riuscirebbe ad arrivare più a fondo e al centro del risultato. Penso a dei suoni lontani dalla tipica “bella chitarra acustica”, “voce centrale e presente”, “interventi di tastiera fermi e poco dinamici”, tutte cose figlie della strumentazione e mentalità che avevamo ai tempi. Probabilmente proveremmo a raffreddare i suoni dell’acustica, a rendere più grigia e nascosta la voce, e ad inserire elementi tastieristici più moderni e movimentati rispetto alla fisarmonica finale. Sarebbe, a prescindere dal risultato, una bella strada da intraprendere per provare ad attualizzarla.

– Piccola considerazione personale: Simone, credo che il tuo modo di affrontare la musica e di buttare giù ciascun testo di stampo Virginiano sia molto simile a quello di Filippo Gatti, con e senza gli Elettrojoyce. Con una città di differenza, Livorno voi, Roma lui, i vostri brani sono accomunati da una sensazione di vissuto che rende immediatamente l’idea del risultato generale. Ci senti anche tu questo ravvicinamento?

– Simone Lenzi: Ricordo il primo disco degli Elettrojoyce, ma sinceramente non conosco abbastanza Filippo Gatti per dire se hai ragione o meno. TI credo sulla parola.

Gustavo Tagliaferri per Mag-Music

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