My two cents#9

My two cents

In questo numero: Peluqueria Hernandez, Low Frequency Club, La Biblioteca Deserta, Claudia Is on the Sofa, Gianluca De Rubertis, Atterraggio Alieno, Bosio, Le carte, Omid Jazi, Mariposa.

Peluqueria HernandezAmaresque (Audiar)

Ah, la musica strumentale. In tanti ci si cimentano, riuscendo anche a sfornare composizioni degne di essere considerate come affascinanti. Da qualche parte, all’interno di una simile cerchia, si aggira un’orchestra dalle innumerevoli influenze, specializzata in altrettanti stili, e dove i fiati hanno una particolare voce in capitolo: il suo nome è Peluqueria Hernandez, tra i tanti musicisti coinvolti spicca un certo Joyello Triolo e “Amaresque” è il nome del disco in studio con cui si ripropongono sulle scene, dopo un lavoro del 2007 omonimo e autoprodotto. Tradizionali messicani (La Martiniana, già passata nelle mani di Ginevra Di Marco, e qui con la voce di Umberto Palazzo, per uno dei pochi momenti cantati), suite spionistiche che si perdono improvvisamente tra quelli che sembrano clarinetti ondeggianti (Procopio), sassofoni malinconici (Puerto Tristeza, Amaresque), un po’ di mariachi (‘O mariaccio ‘nnammurato, Cuoraccione di melone), tocchi rockeggianti (Capitan Mannaggia), l’Oriente tribaleggiante (Katunga!) e una traccia bonus (del 2008) che sa di blues, grazie a Lilith and the Sinnersaints (X o Dos). Niente male come chiusura d’effetto, non c’è che dire. E niente male come risultato complessivo!

Gustavo Tagliaferri

Low Frequency ClubMission (Foolica Records)

Esce per Foolica Records “Mission”, l’ultimo lavoro dei Low Frequency Club, band del bresciano che con questa fatica da vita ad un album di assimilazione non immediata. Le tracce sono pregne di un groove incalzante che però si insinua solo sulla lunga distanza, a differenza della varie ispirazioni che saltano all’orecchio ascoltando gli otto pezzi che compongono questo “Mission”. Autechre, il progetto Moderat, Aphex Twin, il Trent Reznor degli anni 2000 e tutto quel filone IDM che solo ultimamente sta sfondando la barriera alpina, diventando materiale quasi ordinario. Il disco non lascia in un angolo le sonorità electro-indie da ballo facile, tutta roba che ha comunque già fatto storia e non sorprende più. La fine del disco perde un po’ di quel mordente citazionista. Sfocia così in territorio più libero ed ispirato, non sulla stessa linea della prima buona metà del lavoro. Il problema si risolve con qualche sample in loop poggiato su un basso dimenticabile, rendendo il tutto irrimediabilmente sottotono. Nonostante tutto, parrebbe ci sia la presenza di materiale sul quale lavorare. Signora, i Low Frequency Club sono intelligenti, ma non si applicano.

Eliana Tessuto

La Biblioteca DesertaEver Pride, Ever Power, Ever Peace (Faro Records)

Forse, delle tante band venute fuori in quel della Puglia nel periodo più recente, i La Biblioteca Deserta possono essere considerati come quella caratterizzata eccome dalla presenza di potenzialità, ma mai riuscita a sbarcare completamente il lunario, pur considerando che “Travelling Without Gravity” è un disco di post-rock che presenta degli spunti interessanti. Eppure questa seconda opera in studio, “Ever Pride, Ever Power, Ever Peace“, più passano gli ascolti e più porta il quartetto su una via a loro consona. Quella dei beat ossessivi e forsennati che aprono e chiudono il tutto (Fragile prima, Ever Glory dopo, da causa a conseguenza), delle dissonanze supersoniche che si fanno strada in Adaptive Memory e che spingono sull’acceleratore all’incombere di Cage, della suite in tre mini-movimenti che è We Were the Future, la metamorfosi tra analogico ed elettronico. Certo, purtroppo non manca una sensazione d’incompiuto, presente in Falter Falter, tiratissima ma priva di un “quid” che la elevi maggiormente, come il finale di Troubled Kids, però è indubbio che questi ragazzi abbiano solidificato ulteriormente le basi che già avevano, e questo potrebbe garantire loro un futuro ancora più degno!

Gustavo Tagliaferri

Claudia Is on the SofaLove Hunters (Gibilterra)

Claudia Is on the Sofa è l’Alanis Morrisette italiana, arrivata troppo tardi, per problemi anagrafici indipendenti da lei. In Same Stories si dimostra capace di creare atmosfere che ci fanno dimenticare totalmente d’esser dove siamo, e che lei venga dal luogo da cui proviene, per l’esattezza Brescia. Il disco, composto da pezzi perfettamente incastrati, mantengono sempre alta l’attenzione, grazie all’alternanza di generi ed umori. I ritmi sono piacevoli e facilmente assimilabili ed accostati ad atmosfere che talvolta ricordano il dream pop americano, oltre ad accavallarsi a melodie che non riescono a non far battere il piede. Quello che salta immediatamente all’orecchio è l’ironia che il disco trasuda in ogni suo momento, il che lo fa diventare la colonna sonora perfetta per un film di Rob Zombie, più che una commediola d’amore. Unica nota dolente è la copertina (osservata solo digitalmente), che non conquista, che sembra voler strizzare l’occhio a tutta la moda del momento fatta di macchine fotografiche analogiche e pose casuali. Avrei sperato in qualcosa di più ponderato.

Eliana Tessuto

Gianluca De RubertisAutoritratti con oggetti (Niegazowana Records)

Talvolta è necessario valutare le cose da un’unica visuale, prendendo le distanze da quanto realizzato con la propria dolce metà tra una nota e l’altra. È il caso di Gianluca De Rubertis, curriculum diviso tra Studiodavoli e, come intuibile, Il Genio, che con “Autoritratti con oggetti” vira verso orizzonti dove il sapore gainsbourgiano a lui caro si mescola a quello di Paolo Conte, e l’elettronica assume un ruolo marginale dinanzi ad un suono tipicamente d’autore, che traina l’album e fa da via di comunicazione al nostro e al suo modo di rivolgersi all’universo femminile, due momenti dove la calma dei fiati di La prima vera parola, dei soliloqui Amore colbacco e Io addio, di una “Mazurka” e un “Valzer della sera” ai quali abbandonarsi non solo potrebbero far “Rimanere Male“, come in un “Ultimo amore” caposseliano cantato da Bubola, ma anche contrapporsi ad attimi più movimentati come le rockeggianti Lilì e Signorina, il ritratto dell’enigmatica “Mariangela” e l’oscuro “Hotel da fine“, oltre che il dolce climax di Parlorama. Tutto questo in un disco che solo apparentemente potrebbe mostrare una punta di autocompiacimento, ma che in realtà, ascolto dopo ascolto, svela tutta la sua bellezza.

Gustavo Tagliaferri

Atterraggio AlienoIl disgelo (Suburbansky Records)

Aprire il solito pacco e trovare il nuovo disco de Il disgelo che prende il nome di Atterraggio Alieno. Un trauma scoprire che è l’esatto contrario. A parte questo qui pro quo, il disco del fiorentino Francesco Falorni si amalgama perfettamente nel panorama musicante italiano pregno di cantanti/poeti dai testi nonsense, fenomeno incalzante dal 2007, quando si vedeva l’avanzare di Dente, Brunori Sas, Vasco Brondi, Dimartino, Colapesce e qualsiasi altro cantautore vi venga voglia di tirare in ballo. “Il disgelo” appare come un lavoro voglioso di strizzar l’occhio alla moda del momento, suoni troppo artificiosi, fintamente lo-fi che invece trasudano cura a tratti manierista. Anche i testi, forzatamente, abbracciano l’assurdità che desidera esser poetica. L’uso che farei dell’aggettivo “dimenticabile” sarebbe pervasivo, se fosse possibile riassumere il valore delle moderne uscite senza che la definizione possa apparire come una gratuita insolenza. Note positive del disco sono senz’altro l’artwork ed il packaging che non brilla certo per originalità, ma non pecca di mancanze.

Eliana Tessuto

BosioL’abbrivio (The Prisoner Records)

Genova non si smentisce mai, quando si tratta di sbizzarrirsi. Dove ci sono Tarick1 e Laghisecchi ci sono anche i Numero6, e in particolar modo il bassista Pietro Bosio, a sua volta fratello maggiore di Enrico, voce degli En Roco. E dove c’è un legame indissolubile che porta i due a tentare di concepire un’idea in proprio c’è la The Prisoner Records, attraverso cui tale idea viene presieduta e attuata proprio con un album come “L’abbrivio“. Difatti a predominare è un’atmosfera scanzonata, denotata da momenti come le questioni vitali di Cimento e Che fare? (con coro gospel conclusivo), composte quasi come due movimenti in uno, con andamenti differenti, l’irriverente e burlesco anticlericalismo di “No Vatican No Taliban”, lo stralunato country folk di Modo e modo e i vibranti synth di Non so più bene da quando e Lontano. E ancora le chiacchiere al vento che si perdono tra “I merli“, i pensieri speciali partoriti all’interno di una “Casa piccola“, i pochi versi che non sminuiscono Polvere 6, i tuffi che si susseguono quando ci si trova “In auto” e la consapevolezza che, tra un coro e l’altro, “Verrà la pioggia“. Per essere un progetto parallelo è qualcosa di genuino, che regala molta curiosità.

Gustavo Tagliaferri

Le carte100 (La Rivolta Records)

Il rock italiano è tornato a ruggire con il secondo album de Le carte. Un disco drammatico, disperato e pregno di contenuti, ottimo negli arrangiamenti nei testi e nella costruzione dei pezzi. La voce graffia e canta di scenari tanto apocalittici quanto reali, e se la sezione ritmica ha un potente e deciso incedere le chitarre fanno davvero la differenza sia nei passaggi ritmici che nei soli. La descrizione migliore del trio è proprio il pezzo di apertura Supersonico che colpisce subito al cuore e alla mente mescolando le potenzialità di un singolo con una rabbia e una potenza grunge. Ma non c’è tempo per godersi l’attimo, c’è la disperazione di Il tempo che non vivo e Le luci delle fabbrichee la cattiveria di 100 e Vinili e dischi. Non manca nemmeno un bel lentone come Non mi muovo, riflessivo ma mai banale. Mio fratello è figlio unico è il brano più vicino al rock italiano di tutto il disco, ma senza perdere il marchio di fabbrica della band. Avremmo potuto essere frettolosi e supponenti, citare gli Afterhours, i Ministri e liquidare Le carte in poche righe, ma questa band ha un’anima e uno stile che va oltre i paragoni di rito e ascolto dopo ascolto ce ne si innamora.

Daniele Bertozzi

Omid JaziLenea EP (Jestrai Records)

Nome in codice: il quarto Verdena. Una larga parte di coloro che hanno seguito il tour di “Wow” si sarà fatta di sicuro quest’opinione a proposito del fantomatico chitarrista Omid Jazi. Piuttosto riduttiva, ad essere sinceri, vista la scelta di quest’ultimo di affidarsi a una label come la Jestrai per mettere in gioco unicamente la propria faccia. Pubblicare un EP come “Lenea” è il primo passo, con l’ausilio di cinque brani che fanno da spartiacque, parlando del lato sonoro, all’esperienza con il trio bergamasco. La presenza di tom roteanti in combutta con power riff suonati con un tocco di demenza (Taglia Le Paranoie), nastri posti in reverse tra un cambio di atmosfera e l’altro (Ossitocina), un electro-60’s style, magari quello di La molla di Chaplin, che spernacchia un’esperienza cara a quel Nevruz facente parte di un gruppo avente come leader proprio Jazi, il delirio sentimentale di Pensiero magico e le percussioni industrial-etniche che si perdono tra voci flebili, mentre Giulietta ha le chiavi, tutte suonate unicamente dall’autore stesso, è più che ben accetta, in un lavoro che affascina molto, dove lo spirito da one man band non viene sprecato in occasioni gettate alle ortiche.

Gustavo Tagliaferri

MariposaSemmai Semiplaya EP (La famosa etichetta Trovarobato)

OK, Alessandro Fiori è uscito dal gruppo. Purtroppo. Per un attimo sostituirlo non sembrava essere cosa facile, vista l’importanza del ruolo ricoperto fino a meno di un anno fa. Eppure quel collettivo chiamato Mariposa ha voluto provarci senza indugio, affidandosi a Serena Altavilla, già nei Baby Blue, e testandone le capacità in questa lettura alternativa di “Semmai Semiplay“, appunto “Semmai Semiplaya“. Scelta che presenta già le sue chicche: a parte una Pterodattili dalla duplice veste (completamente stravolta in inglese, a tal punto che sembrerebbe quasi uscita dalla voce di Janis Joplin, più vicina all’originale in italiano), una Tre mosse dal retrogusto lounge e una Chambre che è pura disco 70’s, vicina in particolar modo a Funky Town e Hot Stuff, si ripesca nel passato, sia per quanto riguarda il proprio repertorio (Pompelmo rosa da “Domino Dorelli”, Elizabeth Fraser in incognito, e Specchio, dal suono così minimale e soffuso) che quello altrui (Whip It dei Devo, che diventa Frustalo, senza perdere la sua marzialità). Ma soprattutto la Altavilla sa come reggere il confronto con Fiori, senza portare il tutto ad eccessive falle. Un ottimo punto di ripartenza per gli alfieri di casa Trovarobato.

Gustavo Tagliaferri

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