Karma to Burn – Karma to Burn (Slight Reprise)

Sulle enciclopedie di tutto il mondo, alla voce “determinazione”, dovrebbero esserci i nomi di William Mecum, Rich Mullins e Rob Oswald, i tre componenti Karma to Burn, storica band che dal 1997 porta alta la bandiera dello stoner strumentale, un genere musicale che non scende a compromessi con nessuno. Ad ascoltare “Slight Reprise”, ultima fatica del (power) trio del West Virginia, non si può non rimanere a bocca, e orecchie, aperte. Ma per chi segue da lungo tempo la band il disco suonerà come un déjà vu: l’album non è altro che la versione strumentale dell’omonimo lavoro che la band registrò nel lontano ’97. Alla Roadrunner, loro etichetta del tempo, non vedevano di buon occhio il sound privo di voce, e costrinsero i tre a scrivere e cantare i testi per quasi tutte le canzoni dell’album. Oggi, dopo quindici lunghi anni, Mecum e compagni hanno deciso di tenere fede alla loro idea originale, e rifare da capo questo disco così come l’avevano concepito originalmente. Impossibile dargli torto.

Rispetto alle ultime prove degli anni zero, come ad esempio l’ottimo “Appalachian Incantation”, il nuovo album suona più tagliente e affilato che mai, con una produzione ad hoc che fa risorgere i vecchi riff, rendendoli cattivi e pesanti come non mai. I Karma to Burn confermano ancora una volta le loro solide, solidissime radici stoner, rivisitate per l’occasione in chiave leggermente più moderna, allontanandosi dal mix di hard rock e sonorità desert del passato. Questo “remake”, anche dopo così tanto tempo, è una ventata di fresco che iscrive a pieno diritto i Karma nel pantheon dello stoner strumentale. All’appello, infatti, non manca nessuno dei pilastri del genere: chitarre spaccamascella, batteria poderosa e basso sferragliante, il tutto condito da una buona dose di fuzz e atmosfere psichedeliche. In Six e Ten spadroneggiano i riff poderosi in pieno stile Kyuss, ai quali il trio paga tributo ospitando la voce di John Garcia nel brano Two Times. E ad ascoltare l’intro di batteria di Fourteen non si può non rivivere l’esperienza psych della evergreen Demon Cleaner. Mentre se One e Seven strizzano l’occhio ai Tool, Eight è un continuo palleggiare di groove veloci e sincopati, forse l’episodio più improntato alla melodia di tutto il disco. E nonostante la mancanza di linee vocali, tutti i brani dimostrano una forte identità capace di tenere l’ascoltatore incollato alle casse, senza mai perdersi nel mare di riff che si alternano durante tutto il viaggio sonoro.

Con “Slight Reprise” i Karma to Burn rivisitano le origini del loro sound per riportarlo nei tempi moderni così come era stato originato, cazzuto e senza compromessi. Un disco unico nel suo genere, vecchio e nuovo allo stesso tempo. Un vero e proprio “ritorno al futuro” dello stoner che non può e non deve mancare nell’archivio di nessun amante del genere.

Dario Marchetti

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