PiL – This is PiL

Mamma ho perso la reunion, parte due.

A John Joseph Lydon, un tempo Johnny Rotten, non si può dire che sia un uomo dalla vita basata sin dal principio sulla magra figura, avendo passato di tutto: punk, Sex Pistols, Sid e Nancy, l’improvvisa rottura, e poi di nuovo punk, anzi, post-punk, portato avanti per dodici anni, tra scatole di metallo e canzoni d’amore che non sono d’amore, l’indurimento e l’ammorbimento, fino al 1992, anno del distacco. Sopraggiungono il matrimonio, la variante inglese dell'”Isola dei famosi” ed un’inaspettata, eppure forse necessaria, apparizione in uno spot, alla fine, forse, necessaria, pur di riportare alla luce quel sogno avveratosi in gioventù. E così è stato. Chi l’avrebbe detto che con un simile giro anche i Public Image Ltd. non sarebbero sfuggiti alla valanga di reunion che ha travolto il mondo della musica negli ultimi anni? “This is P.I.L.“, questi sono loro. Ancora in piedi.

Un titolo che può far pensare a una sorta di manifesto nato in seguito a vent’anni di silenzio. Tutt’altro, tenendo in mente in particolare che in casa è cambiato poco dalla performance di arrivederci risalente a due decenni fa, bassista a parte (oggi Scott Firth). Ci troviamo di fronte ad un album che non fa né gridare al miracolo né tantomeno è una ciofeca. Anzi, se già dopo il primo ascolto prevale una certa sorpresa nel vedere come quell’evoluzione sonora già avveratasi negli anni ’80 si sia confermata definitivamente nel giro di dodici canzoni, poco dopo l’avvertimento nell’aria di certe chicche non può che confermarsi.

Attitudinalmente parlando, Lydon è sempre Lydon, dotato di un timbro non privo di coinvolgimento che si muove lungo tutto il disco, mentre ogni canzone viene messa a nudo con ogni peculiarità. E le sorprese vengono alla luce già con il trittico d’apertura, che va dal mantra oriental-tradizionale di ripresentazione della title-track alla doppietta One DropDeeper Water, che, la seconda in particolare, merita di entrare a far parte delle cose maggiormente riuscite dei P.I.L.. Poi ci sono l’irresistibile gioco dub-reggae di Lollipop Opera, lo spoken word di The Room I Am in, l’introversa e dai synth pesti I Must be Dreaming, oltre che una Terra Gate che dimostra come certe origini non cessino di far parte del DNA dei nostri. Più armoniosa è Reggie Song, mentre a peccare di verve sono Human, prossima alla noia, e un po’ It Said That, un buon incedere contrapposto ad una performance non proprio fortissima. Out of the Woods, contrariamente, riassume il succo dell’opera in sé: più di nove minuti in cui rock, un pizzico di funky e qualcosa di disco danno vita ad un groove non da poco conto.

Per essere passati vent’anni, Lydon riesce a tener fede alla sua anima punk, senza troppe pretese per se stesso o i compagni di band. “This is P.I.L.” è un’onesta conferma della propria personalità e una buona dimostrazione di come la sincerità non sia poi così rara, rispetto a quanto si sostiene. Anche in virtù dei propri sbagli.

Gustavo Tagliaferri

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