Katatonia – Dead End Kings

Metal e Scandinavia. Un binomio perfetto e ormai più che collaudato. Quante band di grande calibro Norvegia, Svezia e Finlandia hanno regalato alla musica estrema? Sicuramente tante.

Tra le proposte svedesi più interessanti ed originali degli ultimi vent’anni, di certo i Katatonia sono riusciti a conquistarsi un posto di assoluto primo piano, grazie ad ottimi dischi e alla capacità naturale di reinventarsi ogni volta senza perdere la profonda malinconia che è effettivamente il marchio di fabbrica più profondo della band di Jonas Renkse e Anders Nyström.

I tempi di “Dance of December Souls” e “Brave Murder Day” sono ormai lontani, gli svedesi da allora hanno percorso parecchia strada, passando da canzoni oscure eppure quasi pop nella struttura e arrivando, con gli ultimi dischi, ad un alternative metal di stampo progressivo profondamente malinconico e lento, una sorta di risposta scandinava e maggiormente lamentosa a quanto Tool e a Perfect Circle, oltreoceano, hanno saputo offrire. Il tutto senza suonare mai come delle mere copie, ma mantenendo personalità ed originalità. “Dead End Kings” si inserisce, quindi, nel solco degli ultimi “The Great Cold Distance” (2006) e “Night is the New Day” (2009). Non c’è una vera e propria volontà di cambiare, l’intenzione sembra piuttosto quella di sviluppare quanto fatto negli ultimi sei anni, senza perdere smalto e confermandosi su livelli qualitativi complessivamente alti.

Si può dire che il risultato sia stato raggiunto pienamente dalla band. Merito, soprattutto, di Frank Default, ormai non solo ospite fisso alle tastiere e sampling ma vero e proprio valore aggiunto di una band che, comunque, ha già tanto di suo. Il suo apporto non ha fatto altro che arricchire di originalità e varietà strumentale un suono ormai ben definito. Mid-tempo cadenzati su cui si staglia, meravigliosa ed unica come sempre, la voce di Jonas Renkse, sempre più istrionico nei suoi toni malinconici. C’è poco, pochissimo spazio per la rabbia in “Dead End Kings”. Sembra piuttosto che gli svedesi vogliano somatizzare al meglio il grigiore emotivo della propria proposta, sviluppandolo al meglio con passaggi acustici degni di certi Opeth o, ancora, momenti che ricordano da vicino i Porcupine Tree. Con una sezione ritmica sempre sugli scudi (sebbene stavolta il drumming di Daniel Liljekvist sia meno vario rispetto al passato) e una produzione di ottima fattura ad opera di David Castillo, i suoni di questo disco rendono piena giustizia a brani che, meno omogenei rispetto al passato, riescono a vivere ciascuno di luce propria, sebbene di vera e propria luce ci sia poca traccia nell’album, che preferisce attestarsi su un canovaccio più oscuro ma sapientemente variegato e, per questo, mai monocorde.

Per chi si aspettava grosse novità, qui in “Dead End Kings” se ne trovano poche. È possibile, invece, trovare una band ormai conscia delle proprie potenzialità e sempre più naturale nello scrivere pezzi di qualità. Ascolto dopo ascolto, il disco cresce e si conferma essere un altro grande passo avanti nella personalissima evoluzione compositiva degli svedesi. Una band che non può essere ignorata per nessuna ragione al mondo.

Livio Ghilardi

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