Marina Rei – La conseguenza naturale dell’errore

La conseguenza naturale dellerrore Cover (FILEminimizer)Certe volte avere delle aspettative di alto livello per un nuovo disco non ripaga con la giusta dose di approvazioni e soddisfazioni. Sfortunatamente. Specie se si parla di un’altra di quegli artisti per cui al giorno d’oggi parlarne significa entrare facilmente in un campo minato, visto il suo curriculum passato, più che presente. La romana Marina Rei, colei che da Jamie Dee e Primavera è passata a prendere la mano con la batteria, strumento tanto caro al padre, oltre che alla stesura di brani ed opere dignitose, da “Un inverno da baciare” a “Colpisci”, o anche “Musa”. Ecco, tre anni dopo quest’ultima pubblicazione bisognava pur rompere il ghiaccio. E “La conseguenza naturale dell’errore” purtroppo è un album che non convince in pieno.

Pensare che un’impressione di questa caratura nasca solo leggendo il titolo del disco è una mera coincidenza, e magari fosse così. Per essere un album realizzato in compagnia di diversi concittadini e non della nostra, è come se si suddividesse in due facce. A cominciare dal primo singolo, E mi parli di te, povero nella struttura e soprattutto nel testo, cantata con un Pierpaolo Capovilla al quale si consiglia di darci un netto taglio, e di conseguenza una pausa di riflessione, visto come nel corso di quest’annata non si sia proprio stanziato su altissimi livelli. Poi ci sono Mani sporche, che finisce sul più bello e dà un senso di incompleto, nonostante alla parte ritmica ci siano dei mostri di bravura come i Bud Spencer Blues Explosion, e Che male c’è, firmata da Riccardo Sinigallia, quest’ultima la maggiormente riuscita, perlomeno nella versione originale, non potendo dire altrettanto per quella con la Morricone Orchestra.

Fuori dal branco, fortunatamente, si piazzano i brani restanti. L’errore, scritta con Andrea Appino, dove il mood del Circo Zen s’incontra con i migliori Bush, portando al compimento di quella che potrebbe essere una moderna Glycerine. Il modo mio, con Cristina Donà, composizione intima e sospesa, il tema del sovraffollamento delle carceri affrontato assieme a Valerio Mastandrea in Qui e dentro, dove ritorna lo spoken word già tentato in Donna che parla in fretta, e Nei fiori infranti, una buona atmosfera caratterizzata anche dal contributo (anche vocale) di Paolo Benvegnù. È qui che viene fuori la Rei davvero apprezzabile.

Però serve a poco, come servono a poco anche i contributi di Max Gazzè, Roberto Angelini e il chitarrista Santi Pulvirenti (già con Carmen Consoli). Perché che Marina Rei sia dotata di talento non è affatto in dubbio, ma è altrettanto vero che in quest’album non sia sfruttato sempre pienamente. Ma, alla fine, la colpa non è neanche sua. Nonostante non sia immune da quello che proprio il titolo dell’album definisce errore.

Forse sarebbe stato più appropriato optare per un EP? Non si esclude. Contemporaneamente, c’è da augurarsi che quell’errore non diventi qualcosa di persistente per i progetti futuri. Non sarebbe bello.

Gustavo Tagliaferri

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