Xabier Iriondo – Irrintzi

Xabier Iriondo - Irrintzi

Xabier Iriondo - IrrintziPrima, e non prima, volta. Da solo, ma non solo. Stacca e attacca, incastra e sistema, là dove Spagna e Italia non sono mai stati così movimentati, oltre che connessi ad un’ereditarietà che, per un uomo come Xabier Iriondo, il lato schizofrenico degli Afterhours, prima dell’abbandono e del recente ritorno, ha voce in capitolo. Un’anima che non si fa accompagnare solo dall’ideale rifugio Phonometak, ma anche dalle ulteriormente affidabili Wallace, Brigadisco, Long Song, Paint Vox e Santeria. Una sola parola chiave per assicurarsi l’entrata in questo mondo: “Irrintzi“. A giudicare dal titolo, un ritorno a casa, forse. Un ritratto della propria persona, sicuramente. Qualcosa di ostico, probabile.

Di certo siamo davanti ad un lavoro al cui ascolto non fatica ad emergere un linguaggio che si sdoppia in due facce. Da una parte ci sono i pezzi di vita, i ricordi, le sensazioni, frutti esclusivi della propria immaginazione che trovano sfogo nella disperazione di flauti, flicorni e cornamuse impazzite che strizzano l’occhio a certo progressive 70’s, apparentemente orientali eppure basche al 100%, in mano a Gaizka Sarrasola, una volta che parte Elektraren Aurreskua, addio di una bambina al proprio nonno, e dello spazio dato a una memoria da non cancellare, quella di Gernika Eta Bermeo, dove la testimonianza del padre del nostro a proposito dell’agghiacciante disastro di Guernica altro non è se non la colonna sonora adatta all’omonimo e spiazzante dipinto di Pablo Picasso. Come anche nell’oscurità della titletrack, interferenza sonora a metà tra l’avanguardia e le contaminazioni teutoniche, ma che sembrerebbe guardare addirittura a certi prodotti del Consorzio Suonatori Indipendenti, e in Il cielo spezzato, dove compare nientemeno che Paolo Tofani degli Area come ospite. Non è un caso che vengano fuori certi momenti del periodo “Maledetti (Maudits)”.

Dall’altra ci sono le cover. Premettendo che stravolgere un brano nella sua versione originale per poi rimodellarlo secondo la forma e la sostanza delle proprie sinapsi non è cosa facile, Iriondo riesce anche in quest’obiettivo. Così The Hammer dei Motorhead diventa un incontro tra la Nina Hagen di African Reggae e l’industrial, i cui testimoni sono gli OvO, anzi, già in compagnia del suddetto da tempo, o perlomeno nel caso di Stefania “?Alos” Pedretti, e Cold Turkey di John Lennon mantiene lo spirito rock’n’roll della versione originale aggiungendo un po’ dei ritrovati compagni di casa Afterhours, tra cui proprio Manuel Agnelli, la cui performance è sicuramente molto più soddisfacente di buona parte di “Padania”, con tanto di conclusione distruttiva, decisamente notevole. Poi ci sono Reason to Believe di Bruce Springsteen, che sembra uscita dal repertorio di certi Suicide, Itziar En Semea dei Pantxo Eta Pelo, brano antifranchista tramutato in una diretta da una ricetrasmittente distorta, non lontana dall’andazzo della protesta popolare, e il rapporto tra emarginazione e schiavitù presentato nel simil-mash up Preferirei piuttosto gente per bene gente per male, dove la trascrizione di memorie e riflessioni sul senso della vita (sulle parole dell’autore di “Rapsodia meccanica” Francesco Currà e la voce di Roberto Bertacchini) lascia spazio ad un indurimento in chiave lo-fi del brano battistiano, quasi a voler creare una connessione per nulla impossibile.

Una volta finito l’ascolto, rimane un lavoro che manipola il concetto battiatiano di “silenzio del rumore” e lo rende ancora più vicino alla realtà di quanto non sia già. E, perché no, un disco “resistente”. Sì, “Irrintzi” merita di essere definito tale. Oltre ad essere davvero godibilissimo, una volta entrati nella sua ottica. Anche se è solo, perlomeno al momento, quella di un vinile. Chissà in futuro.

Gustavo Tagliaferri

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