Neurosis – Honor Found in Decay

In una dimensione come quella “post”, non rock, ma metal, i Neurosis possono vantare una posizione importantissima, essendo assieme agli Isis coloro che hanno lasciato dei segni indelebili e fondamentali per le modalità di espressione, oltre che diffusione, di tale genere. Il tutto nel giro di vent’anni di attività e dieci full-length, “Given to the Rising” per ultimo, la cui pausa post-pubblicazione deve essere servita probabilmente alla riflessione del sestetto, in relazione al proprio futuro, alla propria formula e alle proprie capacità. La paura di finire la benzina è pur sempre dietro l’angolo, e non è un caso riguardante solo loro. Pur considerando come la loro carriera sia sempre stata in continuo mutamento, tanto che delle atmosfere di album come “Through Silver in Blood” ed “Enemy of the Sun” non è rimasto poi molto.

Honor Found in Decay” rompe cinque anni di silenzio, permettendo il raggiungimento della terraferma a quelli che un tempo erano semplici ragazzi ed oggi si rivedono uomini, mai scesi da una zattera come la Neurot Recordings, label di loro proprietà da due lustri. Forse con una minore dose di istinti apocalittici, ma con una carica che è sempre rimasta un loro marchio di fabbrica, in particolare nelle voci di due chitarristi come Scott Kelly e Steve Von Till.

Ascoltare We All Rage in Gold significa ritrovarsi sul punto di uscire vivi da un durissimo scontro avvenuto alla luce del sole, oltre ad avere una palesissima dimostrazione di quanto espresso, tanto da finire addirittura dritti dritti nella riscoperta della terra dei ragni di slintiana memoria, così come in All Is Found… In Time, lapalissiano esempio di pura perdizione nel cosmo. Non da meno l’antico rituale udibile una volta arrivata Bleeding the Pigs (probabilmente una delle composizioni di maggiore spessore dell’ultimo periodo della band), la quale sa come far rendere l’ascoltatore partecipe del suo svolgimento, le voci sommesse di Raise the Dawn, sul punto di farsi sempre più tenebrose con l’incedere del brano, se non addirittura non del tutto distaccate da certi Melvins, e i riff granitici che si fanno strada in My Heart for Deliverance e Casting of the Ages, la seconda in particolare.

Purtroppo, però, ci sono anche i cali di stile, ed è il caso di At the Well, brano che convince solo parzialmente, perdendosi in un finale somigliante ad una zuppa riscaldata senza alcun motivo. Un po’ una presa in giro, per essere un brano di sei californiani di lunga data.

Ed è un vero peccato, perché i Neurosis, sebbene i tempi dei dischi sopracitati evidentemente non torneranno più, hanno ancora le carte in tavola per tirare fuori le giuste sorprese, ogni volta che viene rilasciato un nuovo lavoro, come quello in esame. Che non funge affatto da testamento alla loro carriera, anzi, è indubbiamente un bel lavoro con cui si riescono a sortire diversi effetti. Male non fa comunque tenere le dita incrociate per l’evolversi del futuro. Se lo meritano.

Gustavo Tagliaferri

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