King of the Opera – Nothing Outstanding

King of the Opera - Nothing Outstanding

King of the Opera - Nothing OutstandingCambiare le carte in tavola.

Per un ragazzo come il pistoiese Alberto Mariotti vivere di ecletticità evidentemente è una cosa confortante. Una peculiarità che tra un “Beach Party” e un “The Halfduck Mystery“, quando il nome datosi altro non era se non Samuel Katarro, sapeva di blues, con il mirino puntato su quello di stampo ’60s, pronto ad essere rimaneggiato e destrutturato, dando di conseguenza vita ad un suono così internazionale eppure così italiano. Ma a volte può farsi sentire la necessità di cambiare faccia, di capire se l’aria che tira sia tale da permettersi di voltare la pagina. E lentamente, a piccoli passi, il procedimento avviene. Anche questo è tenere fede al concetto di ecletticità tanto caro a se stessi.

Addio Samuel Katarro, oggi lo spazio è tutto per King of the Opera, e “Nothing Outstanding” è il bambino che porta per primo questo nomignolo. Del blues è rimasto pochissimo, per non dire nulla, del suono grezzo giusto lievi tracce disseminate qui e là. Ad un nuovo monicker corrisponde un nuovo viaggio, dove ad affiancare la voce di Mariotti sono gli stessi compagni di sempre, Francesco “Wassilij Kropotkin” D’Elia e Simone Vassallo. Dove la densissima fumata rosa che accompagna l’artwork e nasconde il volto de protagonista è la stessa che lascia interdetto l’ascoltatore un tempo rimasto esterrefatto dalla passata incarnazione.

Ma una volta assunta una nuova pelle non significa che non emerga la parte più dura della propria indole. Difatti forte è il contatto con lo psych-jazz rumorista di Nine-Legged Spider, intervallato da brevi momenti rock, l’illusione folk che si fa avanti una volta partita l’opener Fabriciborio e che si scioglie al richiamo del maestoso e chitarristico climax conclusivo, una Heart of Town quasi spaccaossa nel suo acido andirivieni di stampo post, con leggeri richiami caveiani, e il pop movimentato di Worried About e The Floating Song, come lieve è a sua volta quello con perle d’autore come GD e The Halfduck Misery, l’apertura dreamy della title track ed una visione tra il cosmico e il sinfonico, per non dire incrociata con Klaus Schulze e gli ultimi Talk Talk, come quella riscontrabile nei nove minuti di Pure Ash Dream, dove gioca un ruolo fondamentale il violino di D’Elia. È la duplice fase della propria attività, che non fatica ad essere altrettanto convincente di quanto non fosse già in precedenza.

Perché un simile nuovo inizio dimostra come questo ragazzo si confermi come una delle personalità di maggiore rilievo degli ultimi anni, qualunque sia il genere facente da volta per il suo stato di esploratore. A cavallo tra antiche tradizioni o al passo con i tempi, sempre guardando al futuro e cercando di rimanere un esempio per le generazioni a venire, che dir si voglia. Welcome back, Alberto.

Gustavo Tagliaferri

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