Intervista agli Ivashkevich

Il quarto appuntamento di Heroes è alle porte. Venerdì 16 novembre è vicinissimo. “Ritornerà la luce“, questa la frase facente da indizio al tutto, stampata sulle porte di Le Mura. Quale luce? Quella che irradia gli Ivashkevich, trio romano sulla cresta dell’onda da tre anni, fresco di un omonimo EP dalle molteplici influenze, struggente e marziale, spirituale e materiale, in una lingua che può essere italiana ma anche cirillica, tra le storie di ieri e quelle di oggi. Una formula che sta a ricordare come il passato sia ancora necessario per la costruzione di un degno futuro. E, aspettando di vederli dal vivo, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con loro.

– Ivashkevich. Questo è il vostro nome, ma anche qualcosa che vi lega indissolubilmente, un corpo di cui voi tre siete l’ossatura. Qual è il suo tormentato iter?

– Il nostro nome è un vero “nome” in senso letterale, anzi un cognome (la cui radice etimologica peraltro è abbastanza diffusa nelle zone della Bielorussia e della Lituania). Viktor Ivashkevich è un bambino la cui esistenza ha segnato profondamente le nostre (allora giovani) vite. L’Est Sovietico, la Bielorussia, il disastro di Chernobyl, bambini nati e cresciuti sotto un’invisibile nube radioattiva bevendo latte contaminato munto da capre a due teste che partoriscono agnelli a sei zampe; disfunzioni della tiroide, denti che cadono, povertà, denutrizione. Una nascita che suona come una condanna a morte. I bambini nati negli anni subito successivi al disastro di Chernobyl vengono “spediti” in Italia, attraverso organizzazioni di volontari, per fare una sorta di terapia rigenerante: altra aria, altro clima, cure mediche etc etc… poche settimane l’anno. Poi c’è il ritorno a casa. Che spesso è doloroso. Ma è comunque un ritorno. Sebbene abbiamo contatti con la Bielorussia tramite il nostro fratello adottivo, Viktor Korovaevich, non conosciamo la sorte di Viktor Ivashkevich. La sua vita, la sua storia, è ai nostri occhi, la storia di tutti: una condanna alla sofferenza, una nascita segnata da un marchio indelebile.

– Ad avere una particolare voce in capitolo tra l’altro è la Russia, non solo negli arrangiamenti, ma anche nella voce, sia di Gianni che di Stefano Puri…

– Il nostro legame “rosso” non ha nulla a che vedere con la politica o con l’Unione Sovietica in senso stretto. Siamo legati alla Bielorussia per motivi umani, personali e musicali. Ci teniamo molto a specificarlo perché in Italia il rosso significa solo una cosa. Nella nostra voce c’è la stessa sofferenza di un fu-sovietico in un paese straniero, un paese distante molte culture. Un paese che sa che un giorno dovrà ritornare a casa. E’ la stessa sofferenza e lo stesso conforto del ritorno, della fine.

– Ma non solo. Nel vostro sangue scorrono Nick Cave, Einstürzende Neubauten, Joy Division e C.S.I.. Ed avete anche il look dei Kraftwerk dell’era “The Man Machine”. Si può dire che siete dei cosmopoliti?

– Più che cosmopoliti, siamo autarchici o forse cosmo-autarchici. Definizioni a parte, siamo cresciuti con la musica dei gruppi che citi, ma anche ascoltando mondi diametralmente opposti; tutto questo confluisce naturalmente in “IVASHKEVICH”. Cerchiamo semplicemente di essere onesti nella composizione: questo inevitabilmente porta a definizioni complesse e – spesso – a grossi equivoci. Quando devi montare una menzogna, non puoi lasciare spazio a contraddizioni o incoerenze: la tua versione deve essere perfetta e coerente, per non cadere in contraddizione. La verità dell’uomo invece è necessariamente contraddittoria… in fondo, gli equivoci sono ciò che tiene insieme verità e menzogna: una cosa bellissima.

– Un cosmopolitismo che viene confermato dalle tracce che compongono il vostro omonimo EP. Quella che risponde maggiormente alle vostre fonti d’ispirazione trovo sia La guerra è finita?, il cui incedere quasi lirico e gli echi di vecchi canti è come se lasciassero intendere il fatto che, in questi tempi, non sia arrivato proprio del tutto il momento di chetarsi. Come da titolo.

– Questo brano vuole esprimere il dramma dell’attesa. La guerra come metafora, il dubbio come ritornello. Non esiste alcuna guerra, non qui, eppure ci siamo dentro da quando siamo nati. Due generazioni hanno seppellito la violenza. Ora siamo soli, con un’arma che non siamo in grado di usare, dietro un muro debole aspettando qualcuno che venga a salvarci, nel dubbio costante sulle sue reali intenzioni, con il timore o la speranza che non arrivi mai. Non sappiamo reagire, non sappiamo chi combattere, non sappiamo combattere, non possiamo combattere. Non con queste armi. Abbiamo imparato ad attendere e ora siamo pronti. Ad attendere.

– Poi c’è La luce, che a primo ascolto l’ho trovata un maestoso vaudeville dove Salvatore Adamo incontra i Cop Shoot Cop…

Bellissimo. Mai vista in questi termini, ma non potevi trovare sintesi più efficace. Certamente siamo molto legati alla tradizione melodica – italiana e non – ma non pensiamo al cantautorato anni ’70, che solitamente si sottintende quando si parla di “melodia italiana”; parliamo della melodia liturgica, la melodia dei salmi, in cui la musica scaturisce dalla parola. Ormai, figli illegittimi e mai riconosciuti della cultura anglosassone, siamo abituati ad ascoltare testi incamiciati forzatamente in melodie obbligate o, peggio, all’eliminazione della melodia per privilegiare la parola. E’ una pessima abitudine e noi ci autodiscipliniamo a disabituarci. I Cop Shoot Cop dici… non possiamo negare che in “IVASHKEVICH” ci sia una componente anni ’90 post-grunge e noise (Neurosis e Today Is the Day su tutti). È una conseguenza dell’armarci di strumenti elettrici. Del resto… se hai un fucile d’assalto, perché usarlo a salve?

– Da notare che voi siete un trio, ma fa capolino anche un quarto componente, Viktor, responsabile delle macchine sonore. Quanto pensate abbia giovato il suo arrivo?

– Eh. In realtà quella del quarto elemento è una provocazione. Il quarto elemento, Viktor, è il manichino che abbiamo sul palco insieme a noi. Un batterista inanimato per una batteria inanimata. Da un lato una provocazione, dall’altro un simbolo: nella nostra musica, cantiamo un mondo senza vita, o senza anima. Suonare sul palco con un manichino dietro la drum-machine è un modo per materializzare il rapporto uomo-macchina, e raccontare visivamente la paura del futuro (ci vedi una citazione dei Kraftwerk? Chiaramente sì, d’altronde… un musicista che utilizza una macchina e non ama i Kraftwerk è un rinnegato, o un incompetente).

– La scena nostrana odierna e le sue nuove proposte. Ci sono dei nomi in particolare che vi hanno sorpreso, colpito, se non addirittura suscitato il desiderio di una futura collaborazione?

– Siamo molto disillusi verso scena attuale, disillusi a 360 gradi, soprattutto verso la scena underground che dovrebbe essere più libera, creativa e illuminata e che invece è affollata da miseria umana, povertà intellettuale e poca musica. Crediamo sia importante, ancor prima della musica, la persona: un artista ha bisogno di tempo e spazio per essere ascoltato e compreso. Oggi per esempio, per come siamo abituati a vivere l’arte, a fruirla e giudicarla, Van Gogh sarebbe “uno che fa sempre lo stesso quadro”. Eppure, nonostante tutto, vediamo persone (poche a dirla tutta) intorno a noi… che sono “persone”. Persone che hanno qualcosa da dire e vanno ascoltate. Ascoltare è ben diverso da “cliccare a caso sul loro MySpace e cambiare canzone dopo il primo minuto (perché crediamo di aver già capito tutto”. Scusa la lunga premessa, ma è molto importante.  Veniamo ai nomi, tre nomi: IANVA, Winter Severity Index, Umberto Maria Giardini.

– Italia ed estero. Oggi è inevitabile parlare di un simile argomento, per quanto riguarda la musica. Diverse band della precedente edizione di Heroes hanno provato l’esperienza di approdare in altri luoghi, proponendo il proprio repertorio. Ma anche al di fuori di ciò è successa una cosa simile. Da Zu, Ufomammut e Lento fino ad Elettrofandango, Le Scimmie, Tying Tiffany e Guano Padano, con relativo successo. Avete mai pensato di seguire lo stesso percorso?

Al momento non facciamo distinzione fra Italia o “Estero”. Per la proposta che facciamo, i due mondi coincidono. Cantiamo in italiano e i testi certamente sono molto importanti. Non sappiamo quanto un norvegese sia disposto ad ascoltare una proposta come la nostra; se lo è, a noi fa piacere. In generale, troviamo un po’ provinciale voler suonare a tutti i costi all’estero (che poi significa Germania e Austria, e nell’est europeo dove musicalmente “non si butta niente”) e, per far questo, cantare in un “inglese fuorisede da pasta al sugo col tonno in scatola”  scimmiottando generi e pose che non ci apparterranno mai e che riescono solo nell’intento di vestirci di ridicolo. Non è una critica ai gruppi da te citati, ma all’andazzo generale che non comprendiamo e non condividiamo. Per noi, non è un problema suonare solo in Italia, se si ha la possibilità di farlo con professionalità e piacere.

– Per ora in quanto ad uscite a vostro nome c’è il sopracitato EP. Avete già cominciato a buttare giù le basi per quello che potrebbe diventare il vostro futuro lavoro vero e proprio? A giudicare da brani come Non tornerò e il dark shoegaze di Uno ad uno sembrerebbe di sì! Poi ora che siete in quattro l’effetto “The Man Machine” si sente maggiormente…

– Fare dischi, chiudersi in studio a fermare nel tempo un brano da servire caldo, per poi essere riscaldato all’occasione nelle proprie quattro mura non è una cosa che amiamo troppo; in particolare oggi, in cui si scarica, si compra su iTunes… fare un disco, proporre un percorso con un inizio e una fine appare un’impresa inutile. Per contro, proprio per questo motivo, fare dischi ragionati, con una grafica adeguata al contenuto diventa una vera missione (il progetto IANVA di Renato “Mercy” e Stefania D’Alterio è, in questo senso, l’esempio più importante e radicale nel panorama attuale e, anche per questo, a loro va tutta la nostra stima). Abbiamo un repertorio molto vasto e promettiamo novità per un full length. Possiamo anticipare che non conterrà alcun brano dell’EP, e s’intitolerà “ЯESISTERE”.

– Domanda bizzarra: ma se voi non aveste mai scelto di essere Ivashkevich, optando più per qualcos’altro, quale sarebbe stata la scelta più opportuna?

– Sicuramente essere uno dei tanti gruppi indie-hipster. Solo per seguire la moda in voga, sentirci diversi e fare solo canzoni veloci. E per svegliarci sudati ringraziando il cielo di non essere Ivashkevich.

Gustavo Tagliaferri

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