Vinicio Capossela – Teatro Bellini, Napoli 14/11/12

Un cappello rosso. Una giacca infilata da una manica sola. E i baffi. Finti. Perché “un uomo senza baffi è come una donna con i baffi“. Vinicio Capossela si presenta così sul palco del Teatro Bellini di Napoli. La luce è soffusa, ma le note di Misirlou che fanno da preludio al concerto sono riconoscibilissime. “Siete pronti a fare un po’ di ginnastica? E allora dovete alluccare!” Il pubblico grida di giubilo: è pronto. E meno male, perché l’inizio è da k.o., una combinazione di gancio (Gymnastika) e diretto (Il pugile sentimentale) che omaggia l’artista russo Vladimir Visotzky. Ma per il buon Vinicio, campione nazionale di sollevamento aste per microfono, si tratta solo del “riscaldamento”.

Com’è il teatro senza sedie?“. Il cuore del Bellini è stato liberato dei posti a sedere. Dalla platea una voce risponde senza esitazione: “Come una donna senza scarpe!” Tutti in piedi per Vinicio, allora. Tutti in piedi per ballare sui ritmi più indiavolati delle sue composizioni, come la posseduta Il ballo di San Vito, a cui è affidata la chiusura dello spettacolo. Tra una canzone e l’altra, l’artista nato in terra di Germania da genitori irpini non manca di interagire con il suo pubblico, snocciolando aneddoti: “Ormai Napoli è diventata una città sportiva: camminavo per il centro e ho visto questo disegno“. Il riferimento è alle bici disegnate sull’asfalto, simbolo delle aree ciclabili volute dal sindaco de Magistris. “L’ho preso come un’esortazione“. Un’esortazione alla ginnastica, ben sottolineata dalle spalliere svedesi visibili sullo sfondo. Oppure: “Il tassista che mi ha accompagnato mi parlava di crisi, diceva che si sono mangiati la pecora con tutto il pelo“. L’uomo lo diceva in napoletano, e in napoletano lo ripete Capossela, strappando l’applauso dei suoi fan.

Il paniere di canzoni presentato dal vivo pesca soprattutto dagli album “Il ballo di San Vito” e “Canzoni a manovella”. I nuovi abiti che le vestono guardano alla Grecia, al rebetiko, genere popolare molto in voga tra il XIX e il XX secolo nei bassifondi della società ellenica – il “blues greco” come lo ha definito qualcuno -. Non tutto funziona a dovere. La sensazione avuta ascoltandole su disco è confermata: eccezion fatta per Scivola va via, i nuovi abiti non calzano a pennello: chi nasconde delle belle forme, e chi non mette in risalto delle belle spalle. E così Tanco del Murazzo, Corre il soldato e Morna ne escono fuori come delle foto in cui il loro autore non è stato bravo a evidenziare quel chiaroscuro che le avrebbe esaltate. Il pubblico però va in visibilio e applaude convinto.

Vinicio Capossela è il re incontrastato della serata, ma non è un monarca assoluto. E così, tra “un pezzo un po’ vecchio e fragile che potrebbe rompersi” (Cristal eseguito solo con chitarra e voce) e uno nuovo (Rebetiko Mou) non manca lo spazio per i virtuosismi di Manolis Pappos, l’uomo del bouzouki, e alcune canzoni della tradizione ellenica. Così come non manca la voglia di omaggiare Enzo Del Re, di cui viene riproposta Lavorare con lentezza, e “un anarchico di Genova“, Fabrizio De Andrè, ricordato attraverso i versi di Quello che non ho.

Non sono mancati infine “ospiti internazionali”, chiamati a “celebrare questo incontro tra città portuali”: “Ecco quindi i posteggiatori del porto di Napoli, Salonicco, Marsiglia e Buenos Aires“. I Guappi di cartone intrattengono gli spettatori durante l’unica pausa del concerto e poi accompagnano Capossela, come controvoci, nell’esecuzione di Che cos’è l’amor. Tutto questo prima del gran finale.

Christian Gargiulo

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