Enabler – All Hail the Void

La band ha una storia recente fatta di piccole grandi conquiste come uno split di tutto rispetto con i crustoni Drainland, un esordio di un paio di anni fa, ed ora persino un eloquentissimo contratto con la Southern Lord. Mi sono già espresso abbastanza sulle scelte editoriali della label negli ultimi anni e non mi ripeterò. Sappiate solo che, nel bene e nel male, la band in questione non fa che ripercorrere, risuonare e realizzare in pieno il protocollo sonoro che sembra costituire oggi più che mai una nuova possibilità per l’etichetta di sfondare nel mercato underground, e sfondare le ultime barriere sonore rimaste in piedi tra integrità metal e urgenza hardcore.

La band è forte di una resa e di un impatto tanto puliti quanto classici, con riff guidati da chitarre di chiara ispirazione classica tra thrash ottantiano, neo-crust melodico e oscurità semitonali. Nonostante ciò, il suono che ne esce fuori è piacevole, snello e accattivante, alleggerito da una produzione che non impolvera troppo il tutto lasciando da parte gli ossequi agli stilemi vintage. Forse è proprio qui che la band riesce nell’impresa di proporsi moderna e classica al tempo stesso, perché gioca la carta del fritto misto ma sfodera un basso profilo che è proprio di tante realtà che nel frattempo sono cresciute a loro volta con fritti misti e poster di band tanto vecchie che oggi paiono intoccabili.

Questi ragazzi saranno pure più giovani di me e se vai a chiedere da quali band traggano ispirazioni, poi non c’è gusto a scandalizzarsi se accanto a Slayer e His Hero Is Gone ci mettono assurdi grupponi di crossover-thrash che noi già snobbavamo anni fa. Ma va così. Mi ricordo di quando circa dieci anni fa, appena adolescente, era esploso il trend del moderno thrash metal contaminato di death metal melodico, scappellamenti alla Meshuggah e cose così. I Darkane, per esempio, non so se ve li ricordate. Oscenità medie per il fan medio, metal borghese da cameretta, canzoni belline ma mai eccellenti per il musicista che deve esercitarsi con la chitarra. Un sacco di band finirono nel tritarifiuti del tempo, altre sono sopravvissute alla botta degli anni aggiornando il loro sound. Le altre sono rientrate nell’underground, chi spernacchiata da tutti, chi no.

Ecco: gli Enbler, oggi che il metal ibridato di crust si è imposto fiero, onesto e imbattibile (suppongo perché non ci girino poi tanti soldi intorno), sono esattamente quel tipo di band che non scriverà mai pagine di storia, sia perché non offre una proposta realmente originale, sia perché i fan della reazione possono benissimo trovare altrove esempi di radicalità old-school, come ci hanno mostrato appunto i Black Breath qualche mese fa.

In un ipotetico scontro tra Enabler e Black Breath, i primi vincerebbero per mentalità post tutto, i secondi per rutto di potenza, per intenderci. I primi per onesto e discreto distacco razionale dalle proprie influenze sonore, i secondi per passione la totalizzante per il metal più autentico.

Per questo motivo io nella playlist invernale (appositamente studiata con il criterio che manco Nick Horby per coprire il tragitto da casa mia al mercato) sicuramente ci metto entrambe le band, ma so bene che i primi saranno ancora a lungo “regazzi” con tanta passione e tenerezza e sogni ancora intatti, i secondi dei loschi bifolchi che se scelgono il metal è perché hanno il demonio negro nel cuore e un reddito da proletariato di satana.

Prendere o lasciare, insomma, ma comunque vada, anche gli Enabler in fondo hanno tirato fuori un gran disco per il 2012. Un disco che piacerà un sacco ai fanatici del neo-crust, forse un po’ meno ai templari del metal ottantiano.

Nunzio Lamonaca

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