Intervista a Claudio Orlandi (Pane)

Una settimana in più di pausa per una Roma che, nonostante l’inverno, sopraggiunto prima del solito, è ancora come New York. La palla stavolta è in mano ai Pane, quintetto romano reduce dal loro ultimo lavoro in studio, “Orsa Maggiore“, e già noto per la sua partecipazione alla precedente edizione di Heroes. Ma il progetto di Claudio Orlandi e soci ha a che fare anche con altro. Infatti, lo scorso venerdì abbiamo avuto modo di sentire diverse tracce di quello che è il loro side-project, Dismissione, realizzato assieme allo scrittore Fabio Orecchini, che ha a che fare con un tema molto delicato come quello dell’emergenza amianto. È proprio lo stesso Claudio a dirci qualcosa a proposito, e non solo…

– Pane è il nome del progetto che ti vede coinvolto in prima linea. Una carriera iniziata con l’esordio autoprodotto con “Termini Haus”, continuata con il passaggio alla Lilium Produzioni avvenuto con “Tutta la dolcezza ai vermi”, fino ad arrivare ad “Orsa Maggiore”, si può dire che sia stato un cammino fatto con calma e cognizione di causa. Quanto pensi di essere soddisfatto di ciò?

– Ci sarebbe tanto da dire… diciamo che per molte cose ci sentiamo solo all’inizio.

– Dismissione è il nome del side-project che ha accompagnato i presenti a Le Mura lo scorso venerdì. Un’idea che prende corpo dal lavoro poetico di Fabio Orecchini incentrato sulla problematica dell’amianto. Un’ulteriore necessità di dire qualcosa usando una forma differente di espressione artistica, magari effettuando una connessione tra musica e sociale?

– Sì, il Pane, per sua stessa natura è intriso di sociale ed anche molto del lavoro precedente è un modo per dialogare con la contemporaneità, penso a Termini Haus, Testamento. In questo caso specifico il rapporto è più palese e manifesto. Evidentemente l’intento – oltre che artistico – è anche quello di dare il nostro contributo affinché la problematica dell’amianto sia accessibile a più persone possibili, per comprenderne rischi e complessità.

– Nel mondo dei Pane c’è di tutto. Con una vena teatrale a fare da filo conduttore, specialmente nell’incedere vocale, si passa da echi di progressive 70’s a diverse sfumature folk, fino a dare un enorme spazio ai testi d’autore. In particolar modo di recente, dove vi siete equilibrati tra Luigi Tenco, Antonio Porta, Gesualdo Bufalino e Victor Cavallo. Da notare che gli ultimi due non sono poi così diffusi tra i più, ai giorni d’oggi…

– A noi interessa l’equilibrio, la forza, la poeticità nel rapporto tra musica, parole, sensibilità. All’ascoltatore la libertà di inserire, interpretare ogni cosa a suo gusto e piacere. Poi se qualcuno ascoltando un testo di Porta o Bufalino s’incuriosisce e inizia a leggerli non è male…

– Ci sono delle visioni, dei momenti di vita che fanno da input a quello che sarà il processo con il quale vede la luce un vostro brano?

– Penso che il processo creativo sia all’incirca molto simile a quello di altri musicisti. La nostra particolarità è che non esiste nel gruppo l’idea del cantautore o del compositore totale, intendo la singola persona che scrive la canzone, musica e parole. Nel Pane il tutto si svolge, a volte molto velocemente, in altri casi con mesi di gestazione, nel dialogo musicale di gruppo nelle sessioni di prova. Sebbene sia io ad occuparmi dei testi, i nostri brani sono sempre lavori corali.

– Che opinione hai di quella che è la scena musicale made in Italy in generale, su cui si è detto e si dice tuttora di tutto e di più? Ci sono dei nomi in particolare verso cui nutri una particolare curiosità, e magari anche sognare una futura collaborazione?

– Per interesse e piacere cerco di seguire molto le realtà musicale italiana, naturalmente m’interesso in modo particolare dell’area della canzone d’autore in italiano. Sebbene nel complesso va registrata una certa ripetitività di generi e modelli – gli anni della sperimentazione sembrano davvero morti e sepolti – ci sono non poche cose interessanti, che meriterebbero più attenzione, ma che fatalmente finiscono nel calderone dell’approssimazione generale ed ampiamente sovrastate da decine di produzioni dozzinali e replicanti. Naturalmente quando “esce” un talento reale, in qualche modo si fa strada, ma sono pochi. Come pochi sono i canali disponibili per una concreta diffusione di certi lavori. Penso alle radio locali, che a mio avviso, salvo rare eccezioni, fanno ancora poco sul versante della musica italiana autoprodotta e non di sistema. A volte è nauseante ascoltare certe trasmissioni radiofoniche che propinano centinaia di nomi anglo-americani di cui nessuno conosce nulla e che risultano spesso come una massa indistinta di suoni e voci tutte simili. Un rullo compressore che annienta la ricerca, la capacità d’ascolto, musica davvero spazzatura che viene prodotta ed erogata a ritmi industriali. Sembra davvero manchi il coraggio, in tutti i sensi, in tutti i campi, forse determinate logiche hanno plagiato più di quanto si pensava. Volendo lasciare qualche traccia direi Flavio Giurato e Max Manfredi per i “big”, tra i giovani mi diverte Mapuche, un “pazzo” di Catania… Se penso a dalle collaborazioni, personalmente mi vengono in mente Virginiana Miller e Rosso Malpelo.

– L’estero, una tematica da cui non si sfugge quando si parla di musica italiana. Il rapporto con i luoghi al di fuori dello stivale, città e relativo pubblico. Diversi Eroi ci sono passati (Luminal, Betty Poison, Spiral69), magari facendo da semplice band di apertura (Atome Primitif per i Nouvelle Vague), ma anche al di fuori di Le Mura è avvenuta una simile procedura. Hai mai pensato di rivolgere quello che è il tuo linguaggio artistico anche fuori dai nostri confini?

– Abbiamo sempre pensato, credo a ragione, che il nostro mondo sonoro avrebbe un grande impatto su un pubblico d’oltralpe, pensiamo in particolare a Francia e Germania, ma anche nel Mediterraneo arabo africano. Purtroppo – e sottolineo purtroppo – non siamo ancora riusciti a fare questo passo, ma ci piacerebbe moltissimo. Prendiamo questa tua domanda come un augurio ed una sorta di vaticinio.

– Se dovessi scegliere uno o più brani a cui sei particolarmente affezionato di quelli scritti nel tempo, per cosa opteresti?

– Prendendo i nostri tre album direi Termini Haus e La sedia per “Pane”, Testamento per “Tutta la dolcezza ai vermi” del 2008 e L’umore per “Orsa Maggiore”.

Gustavo Tagliaferri

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