MAdKIN – Perdone la molestia

E in una cantina sperduta della zona romana è come se avesse avuto luogo un ulteriore manifestarsi di presenze, prossimo al contatto con l’esterno. Magari la prima questione a loro cara poteva essere relativa al concetto di grunge, alla sua utilità ai tempi, ma soprattutto generale, là dove a Seattle stava vedendo la luce l’inizio di una nuova epoca. Ma quello che hanno in pugno adesso non è un mero ritorno a tale luogo. È impugnare quello spirito di ribellione che non ha mai cessato di esistere e puntarlo verso una nuova via, non percorribile facilmente nel silenzio, ma con la necessità di fare anche passi più lunghi, se non rumorosi. “Perdone la molestia“, come da titolo.

Silenzio, suonano i MAdKIN, canta Jejè. Cosa? GG, quindi GG Allin? No, Jejè, Serena Pedullà, l’avvenente bionda che dà anima e corpo alle liriche di questo quartetto. Terra chiama Lazio, parla il risveglio delle riot grrrls. Dai Betty Poison ad Ilenia Volpe… fino a lei. Lo stradario s’inserisce nella fine di un’estate che si respira, per quel poco che si può, dentro una città deserta, non proprio ricoperta di dune come in altre lande, ma certamente caratterizzata da affinità anche con il suono kyussiano.

C’è sempre tempo per bersi un boccale di birra, in caso di esagerazione piombare in un’allucinazione come quella di Intro for Lovers in Flames, successivamente perdersi in un sogno, così associabile ad una favola eppure più vicino ad un’immersione tra le pagine di un libro di Garcia Lorca (“Letter from an Unknown”), è tale da riportare subito alla realtà, dove strade su strade si lasciano indietro tanta polvere. Urlare Bring My Sun, sotto il desert rock di Orange Milagres, volgere lo sguardo lungo l’orizzonte quando arrivano le schitarrate heavy di Shihong e quelle punk di St. Louis Casino, e rilassarsi un po’ mentre scorre Bathtub Monologue, oppure Silk Dance. È la grinta a prevalere, non c’è partita.

E non c’è partita neanche quando il drumming di Flavio Gamboni s’insinua da una cassa all’altra, sia che a risuonare possa essere il “game over” espresso alla lettera mentre si succedono gli “Speeding Bullets” che la “Bandwagon” su cui gli stessi Madkin stanno viaggiando. Uno schiacciasassi, una ritmica sonora che parrebbe avvicinarsi al metal ma non lo è, su una musica che finisce per essere qualcosa non catalogabile esclusivamente in un unico genere.

Gli effetti della corsa fulminante intrapresa con “Perdone la molestia” sono questo ed altro, per un grande lavoro d’esordio, un album che lascia con il desiderio di farsi riascoltare, più e più volte. Anche quando c’è da sostarsi in scenari dove salite ripite e terreni rocciosi sono all’ordine del giorno, in una delle destinazioni connesse ad una Roma tanto cara alla band.

Scusate il disturbo, c’è qualcosa da dichiarare. E che dichiarazioni sono!

Gustavo Tagliaferri

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