Ufomammut – Oro: Opus Alter

Ufomammut - Oro: Opus Alter

Ad ogni rilascio di un album, la composizione di un nuovo capitolo di quella stessa storia ambientata in un metal-universo made in Italy d’ispirazione doom con tendenze psichedeliche, particolarmente caro ai relativi autori. Visto ciò, un trio come gli Ufomammut deve avere le idee molto chiare, avendo alle spalle più di due anni di distanza da “Eve” e in particolare il relativo passaggio dalla Supernatural Cat alla Neurot Recordings. Ma può capitare anche che certi momenti non richiedano una sola occasione per essere trasfigurati in musica. Alla luce della loro situazione attuale, rimboccarsi le maniche per lavorare su un progetto come “Oro” non fa che portare a una divisione, e da quell'”Opus Primum” dalle tonalità oscure, eppure allo stesso tempo le cui acque sembrano essere scampate alla tempesta, doveva pur venire fuori un secondo capitolo. Così è stato.

Opus Alter” continua proprio da dove si era fermato quel ciclo vagamente atmosferico, per ripresentare la band nella veste che li ha caratterizzati maggiormente. Sì, perché la seconda parte di “Oro” svolge la funzione di un congegno che scoppia e rimbomba, è il motore che scatta istintivamente sfoderando, lungo cinque momenti, la propria forza, sono le lame che vengono sguainate al momento giusto. E’ l’eco “Snailking”iano che spacca il muro del suono con l’apertura di Oroborus, è la disperazione e il lamento di Luxon, degli incontri ravvicinati del terzo tipo che avvengono a scatti, come un orologio il cui battito è incarnato dal suono dei propri strumenti a corda, nella fattispecie quello di Poia, è un riff tooliano che, lungo i dodici minuti di Sulphardew, diventa sempre più assassino, è il senso di perdizione avente voce in capitolo una volta arrivata Sublime, prima di una ripartenza, dove a tenere testa è il basso di Urlo, è il vortice della conclusiva Deityrant che sembra ripercorrere quella spaccatura iniziale, grazie anche al sempre impeccabile granitico drumming di Vita, fino al risucchio definitivo a cui segue la chiusura del buco nero.

Inizio, svolgimento e conclusione. Tre fasi che, nuovamente, si ritrovano belle che compiute in quel di “Oro”, divenendo l’ennesimo motivo per rendere grazia a un progetto che si è sempre imposto nel modo più consono per quello che riguarda lo “zoccolo duro” dello stivale, senza particolari sbavature. E questo, per gli Ufomammut, non può che essere un bene.

Gustavo Tagliaferri

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