Back to the roots: intervista ai Drifting Mines

No, il mondo non è finito, per fortuna. E nemmeno Heroes. Difatti, anno nuovo, serate nuove. A fare da ideale seguito all’Apocalypse che ha visto Spiral69, Fru!t ed Ivashkevich dividersi il palco è stato l’arrivo di un progetto nato come quintetto, ma con una line-up soggetta a vari cambiamenti nel corso del tempo, membro fondatore a parte. Sono i Drifting Mines e si rivelano essere dei degni esponenti di quel rock’n’roll che arriva a fondersi persino con il garage ed il punk, da decennio a decennio. Una mistura di generi non molto diffusa al giorno d’oggi, ma che evidentemente ha ancora qualche speranza. A pochi giorni di distanza dalla loro esibizione a Le Mura abbiamo avuto modo di fare loro qualche domanda…

Drifting Mines è il monicker dietro cui si cela il vostro terzetto. Non per sembrare scontato, ma trovo dia già molti indizi a proposito di quella che è l’ecletticità che meglio raffigura la vostra essenza, configurandovi come dei cercatori d’oro belli che determinati, vogliosi di andare dritti al punto. Del resto vi muovete dalla fine degli anni ’50 fino ai ’70 e gli ’80, tra rock’n’roll, rockabilly, garage e punk, e sono solo alcuni degli ingredienti del calderone sonoro che dà vita alle vostre sonorità.

Quegli anni da te citati sono ricchi di grandissima musica, ma la più grande fonte d’ispirazione viene dal blues rurale, parliamo di roba registrata perlopiù tra gli anni ‘20, ‘30, ‘40 e non solo. Gente come Charley Patton, Robert Johnson, Garfield Akers, Arthur Big Boy Crudup, Big Joe Turner, hanno lasciato un’impronta indelebile nella musica, dentro ci sono tutti i germi di quello che verrà dopo, ancora oggi ci continuano ad insegnare e a trasmettere.

Peraltro, voi siete una felice eccezione, poiché, diversamente dal punk e un po’ dal garage, due generi come il rock’n’roll e il rockabilly non hanno avuto molta voce in capitolo per quel che riguarda le nuove generazioni musicali made in Italy, e questo riguarda tanto i giorni nostri quanto gli anni passati. Basta vedere che una delle poche band che ha avuto una certa fortuna con sonorità simili sono gli The Hormonauts (oltre che The Rock’n’Roll Kamikazes, tanto per rimanere al solo Andy MacFarlane), ma c’è da dire che anche i Barbacans si stanno facendo sempre più avanti. Mi verrebbe persino da citare i Blues Willies di Greg di Latte e i Suoi Derivati, ma forse andrei leggermente fuori argomento, anche visto il nome che portano…

Noi non facciamo revival, la nostra è musica innovativa, appunto unica. Non vogliamo avere un sound e non abbiamo un sound che sia tipo quello o come quello. Manteniamo però in vita lo spirito vero del blues, del rock’n’roll, o in qualunque altro modo lo vuoi chiamare. Noi siamo il rock’n’roll.

Ascoltando l’album omonimo d’esordio, fresco di autoproduzione, quello che ci si ritrova è una fucina d’influenze che sono il cuore di brani che vanno da scariche sonore come Peppermint Club e Alone in the Blues, per non dire selvagge, nel caso di I Wanna Ride You, a soft-ballads come There’s No Truth, fino ad arrivare a ottime riletture, come nel caso di Chicken Walk, firmata da Hasil Adkins. Poi c’è Snake Blues, che potrebbe essere la summa definitiva di quello che scorre nel vostro sangue, la psichedelia in quel del Far West, e oserei dire persino vicina a certi Pink Floyd tirati degli esordi. Cosa si prova a realizzare un simile potpourri in quanto a sound?

Ci fa molto piacere che l’hai apprezzato e che Snake Blues ti abbia evocato belle suggestioni, a ognuno che l’ascolta evoca qualcosa e va bene così. Snake Blues parte con uno spiritual per poi sfociare in tribalismo selvaggio. Si prova godimento, stato di trance.

Tornando alla tematica delle nuove generazioni del Belpaese… oggi c’è da dire che succede di tutto, dall’uso improprio di determinati termini dove non è il caso di usarlo (il cosiddetto caso “indie”) al rischio di non essere abbastanza credibili in quello che si propone, ma fortunatamente non mancano affatto le realtà degne di rilevanza, qualunque sia il genere, e di conseguenza la necessità di aiutarsi, di creare dalle fondamenta delle nuove vie di fuga da certi schemi. Ci sono dei progetti, in particolare, che vi hanno suscitato un certo interesse?

Attualmente riguardo la musica italiana ci piacciono molto i Sacri Cuori, con i quali tra l’altro abbiamo avuto il piacere di condividere il palco.

Italia ed estero a confronto. Dà sempre un certo effetto mettersi in gioco al di fuori dello stivale, sentire le reazioni di un pubblico di differente provenienza. Nel caso di Heroes si è visto con band come Luminal e Betty Poison e si vedrà ancora con gli Spiral69, per quella che è stata la prima edizione. Ma è una tematica che va anche oltre una rassegna del genere. Abbiamo avuto Le Scimmie in Polonia, gli Elettrofandango e Tying Tiffany in Germania e di recente honeybird & the birdies sbarcati in Francia e Belgio, solo per fare degli esempi. Avete mai avuto il desiderio di entrare in contatto anche voi con questo mondo?

L’idea di suonare all’estero ci è sempre piaciuta e speriamo che si concretizzi al più presto. Ci piacerebbe molto poter suonare in tutto il mondo e diffondere la nostra musica.

Gustavo Tagliaferri

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