Deserto spaziale: intervista ai Veracrash

veracrash

Dal 2009 in poi i Veracrash hanno portato in giro per l’Italia e l’Europa l’ottimo disco d’esordio “11:11”, condividendo il palco con mostri sacri dell’universo stoner come Brant Bjork, Mondo Generator, Truckfighters e gli italiani Ufomammut. Forti di questo debutto, a gennaio 2012 i quattro stoners milanesi sono volati nelle gelide lande della Svezia per rinchiudersi nello studio di Niklas Kallgren, chitarrista dei Truckfighters: da quell’esperienza scandinava è nato “My Brother the Godhead“.

Fin dalle prime note, “My Brother the Godhead” rappresenta un cambiamento rispetto al precedente disco, “11:11”. Questa evoluzione nel sound è stata decisa a priori o è stato uno sviluppo del tutto naturale e istintivo?

Entrambe le cose. Volevamo un disco più pesante e con un suono più profondo e monolitico. Quindi ci siamo adoperati per farlo, anche perché in realtà erano circa due anni che i pezzi prendevano sempre di più una piega più “doomish”. In questo disco ci sono pezzi veloci e adrenalinici, così come canzoni più lente e dilatate. Diciamo che abbiamo raggiunto quello che volevamo, ma la strada è ancora lunga.

Insieme al sound, anche i titoli delle canzoni e le tematiche dei testi sembrano rimandare a un nuovo universo, più orientato verso lo sci-fi e lo spazio, mentre i brani di “11:11” avevano un sapore “desertico” e più classicamente stoner. Da dove nasce questa nuova esigenza?

Sicuramente è così. “My Brother the Godhead” è un disco influenzato pesantemente da temi come il cospirazionismo (quello estremo), la letteratura sci-fi e da autori come Philip K. Dick, Burroughs, Peter Carrol e altri. L’esigenza nasce dal fatto di esplorare territori poco battuti in musica. Queste influenze e temi non li troverai tanto nei testi, quanto più nell’atmosfera generale. Il significato dei testi lo so io che li ho scritti, ma a un ascoltatore qualsiasi potrebbero evocare anche altre sensazioni e significati. E questo è importante, poichè noi non abbiamo mai voluto lanciare né messaggi politici, né abbiamo mai raccontato storie.

Titoli come A Blowjob from Yaldbaoth (da mettere tra i migliori di sempre) e We Own You, Bitches non ammettono di certo alcuna mezza misura. Che cosa ha dato vita a questo approccio più aggressivo?

Sicuramente le letture che stavamo facendo. A Blowjob from Yaldabaoth ad esempio è un titolo particolare. Yaldabaoth secondo la cultura gnostica arcaica è il creatore di questo mondo, ma al contrario della tradizione cattolica, quella gnostica, vede il creatore del mondo come malvagio, tiranno e imperfetto. Dato che negli ultimi tre anni abbiamo approcciato questi temi, ci pareva carino e divertente come titolo. L’approccio più aggressivo pervade tutto il disco e credo che dipenda anche dal fatto che per noi la musica è uno sfogo, quindi come dire, ci siamo sfogati di più che in passato. In più l’atmosfera che lo pervade è più scura di “11:11” e se vuoi, negativa. “We Own You, Bitches”, il titolo, ad esempio vuole dire che la gente è controllabile e controllata e che la coscienza media è molto bassa. Il titolo sembra dire: “Siete degli schiavi inconsapevoli che vanno al macello, noi i vostri padroni, vi possediamo e voi siete solo animali da sfruttare, come le vacche e i porci“. Ecco, più o meno è questo il significato.

Questo vostro secondo lavoro è stato registrato nelle gelide lande svedesi, sotto l’orecchio attento del produttore Niklas Kallgren, chitarrista dei Truckfighters. Che cosa ha significato per voi allontanarvi dall’Italia nella fase di lavorazione dell’album? Quanto ha influito Kallgren sulla buona riuscita dell’opera?

Niklas ci ha aiutato molto ed è stata importante la sua presenza e la sua energia sulla riuscita finale dell’album. Penso che si senta la sua impronta, ha capito subito quello che volevamo e si è adoperato per farcelo ottenere. Non c’è nulla di più veloce e preciso degli svedesi, anche per questo siamo riusciti a sfangarla in sole due settimane! Per noi uscire dall’Italia è sempre una boccata d’aria e anche questa volta, più che mai, è stato così.

“My Brother the Godhead” è un titolo decisamente criptico. Quale idea vi si cela dietro?

Eh sì, è criptico ed ermetico. Ed è giusto che rimanga così, la storia che c’è dietro è lunghissima e deve rimanere segreta, altrimenti perderebbe la sua forza a parer mio.

Sulla vostra pagina Facebook, insieme ai membri del gruppo viene nominata anche una persona che si occupa della parte visual. Che importanza ha la parte visiva e delle luci durante i vostri live?

Direi fondamentale. Il nostro show guadagna moltissimo con i visual di Meta Leone, nostro visual artist e amico di lunga data. La nostra musica ha qualcosa di evocativo che viene fuori molto bene con l’apporto di pattern psichedelici e altre chicche che Leone inserisce. Non è niente di nuovo, ma con noi funziona a meraviglia.

Quanto è stato difficile portare avanti un genere musicale come il vostro in un paese come l’Italia? Quali artisti della scena stoner italiana sono secondo voi tra i più promettenti?

Molto difficile direi, quasi impossibile, ma noi non ci siamo scoraggiati in tutti questi anni e devo dire che stiamo venendo premiati, quantomeno dalla risposta che ci viene dall’estero che è molto positiva. Anche in Italia sta venendo accolto molto bene dalla stampa, ma a essere sincero ormai non la contiamo più molto, l’Italia. Lo so è un po’ triste, ma d’altronde la situazione è quella che è. Spero che migliori in futuro e comunque ho dei bei ricordi legati alle tante date che abbiamo fatto qui. Per quanto riguarda la scena stoner italiana, non la seguo più come una volta, però sicuramente ci sono delle ottime band. A parte gli ormai affermati Ufomammut e i sempreverdi Ojm, tutte persone che conosciamo da una vita e con cui abbiamo suonato spesso, di recenti posso citare sicuramente gli Isaak di Genova, i Grime e gli Zippo di Pescara. So che ne dimentico molti, ma al momento sono questi i nomi che mi vengono in mente.

Ormai siamo nel 2013, data che segna il vostro decimo anno di attività come band. Qual è il bilancio di questo tempo passato insieme? Ora che avete tra le mani un disco così solido, quali sono i vostri obiettivi come gruppo?

Il bilancio è positivo dal lato artistico, poiché abbiamo fatto due dischi che ci hanno fatto conoscere nella scena e fuori dai nostri confini e di cui siamo soddisfatti. Dal lato monetario direi che il bilancio è un po’ più critico, ma non abbiamo mai inseguito i soldi altrimenti avremmo fatto dell’indie pop in italiano pacco o comunque roba in cui non ci saremmo riconosciuti, sperando nel botto. Non fa parte di noi, abbiamo seguito sempre e solo quello che ci faceva stare bene, a livello musicale. Prima di registrare “11:11” abbiamo scartato circa due dischi di materiale che non era poi così male. Siamo molto critici con noi stessi, ce ne siamo sempre fottuti dei soldi, ma non della musica.

Dario Marchetti

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *