Respiro vitale: intervista agli Ornaments

ornaments

Dopo due EP (datati 2004 e 2011), arriva la prima prova sulla lunga distanza per gli Ornaments: s’intitola “Pneumologic” ed è un concept sul respiro. Ne abbiamo parlato con Alessandro Zanotti e Davide Gherardi, i chitarristi di questo gruppo che ingloba elementi provenienti da Death of Anna Karina, Nicker Hill Orchestra e Ungar Trio.

La storia degli Ornaments inizia nel 2003, ma solamente ora siete giunti al vostro debutto “ufficiale”.

A: Sì, in realtà facemmo le prime prove nel 2002. Dieci anni per dar luce a un disco ufficiale, oltre cinque di stop tra il 2006 e il 2011 (anni nei quali siamo stati tutti impegnati in altri progetti). Ci fermammo proprio nel momento nel quale ci stavamo affermando a livello italiano e internazionale e stavamo acquistando credibilità consumando chilometri e palchi. Da questa rinascita prende vita “Pneumologic”, la somma di dieci anni di esperienze e di percorso musicale.

Perché avete scelto il nome Ornaments?

A: Ornaments è il titolo di un pezzo scritto da un gruppo che ha segnato la crescita musicale mia e di Davide, i Rorschach. Il rimando al carattere funebre dell’ornamento, al suo dare vitalità e forza a ciò che risulta inerme, fu la molla che ci fece decidere che poteva essere congruo al nostro approccio musicale. L’ornamento è ciò che rimane. Parla di vita anche dopo la morte. In realtà, vista la richiesta di Nico (voce e chitarra dei Laghetto, ndr) per una nostra presenza al secondo Anti MTV Day del settembre 2003, a fine agosto decidemmo per Ornaments come nome provvisorio. Un paio di ragionamenti e nacque un affetto che poi lo consolidò come nome definitivo.

Provenite da diverse realtà: Death of Anna Karina (Alessandro e Davide), Nicker Hill Orchestra (Enrico) e Ungar Trio (Riccardo). Qual è stato il punto in comune che ha fatto nascere gli Ornaments?

D: Il progetto Ornaments è sempre stato contraddistinto, sin dalle origini, dalla forte intenzionalità di mantenere una forma sempre aperta e accogliente verso nuovi stimoli e influenze musicali. Ciò che fa da trait d’union tra noi è la passione che condividiamo per tutti quei dischi in grado di schiudere all’ascolto nuove sensazioni, al contempo estreme e suggestive. In secondo luogo, il nostro obiettivo di fondo è sempre stato quello di esprimere una forte intensità durante l’esecuzione live.

Avete dei brani lunghi e dilatati, ma si avverte una sorta di struttura rigida che funge da scheletro. Come nasce un pezzo degli Ornaments?

D: Ogni pezzo è frutto di un itinerario compositivo a sé stante: solo raramente abbiamo applicato la stessa identica soluzione. Certi brani sono frutto di un articolato lavoro di cut-up applicato a ritroso su uno storico di pezzi, spesso più lunghi, che abbiamo deciso infine di fondere e rimescolare. In altri casi abbiamo invece deciso di rimaneggiare brani già compiuti solo dopo averli riascoltati più volte nelle registrazioni delle nostre prove. Spesso il canovaccio da cui prende l’abbrivio il pezzo viene buttato giù da uno di noi alla chitarra (classica o elettrica) o al basso. Ultimamente ho anche cominciato ad approntare delle bozze con il piano. Sono rimasto impressionato dalla tecnica compositiva esposta dagli Justice in un’intervista, i quali hanno dichiarato di scrivere tutti i loro pezzi suonando a quattro mani il pianoforte. Lo so: si tratta della scoperta dell’acqua calda… ma se un pezzo “gira” sulla tastiera del piano, stai tranquillo che funzionerà bene in qualsiasi modo si andrà ad arrangiare!

“Pneumologic” è un concept sul respiro. Che cosa vi affascina di esso? Da chi è partita questa idea?

D: Il concept prende spunto dalla lettura di un importante saggio di Giorgio Agamben, “Stanze”, che ricostruisce, allestendo un ricco corollario di strumenti filologici e storico-critici, le influenze della teoria del fantasma e della cosiddetta “pneumatologia” sulla poesia trobadorica del Duecento. E, da qui, la centralità e la portata profonda di tali idee in tutta la cultura europea dei secoli a venire. In particolare Alessandro è rimasto molto affascinato dai concetti esposti nel libro, e li ha progressivamente ricollegati agli effetti della musica degli Ornaments su noi stessi e sul pubblico. In primo luogo un concerto degli Ornaments, come qualsiasi concerto ad alto volume, è una performance che produce effetti sensibili sul respiro del pubblico e degli esecutori. In secondo luogo la stessa membrana vibrante degli speaker di un cabinet produce un soffio che muove onde sonore che a loro volta fanno vibrare le membrane del corpo degli spettatori. A partire da queste suggestioni abbiamo radunato l’immaginario di “Pneumologic”.

A: Ricordo che Davide mi parlò della teoria pneumologica di Galeno (sulla quale si basava la medicina ufficiale) e del saggio di Giorgio Agamben una sera in macchina mentre ci recavamo alle prove. Ripresa dalla poesia cortese vedeva il “respiro” (pneuma) come terzo stadio della conoscenza, come punto di contatto tra ogni essere e ciò che lo circonda. Quest’immagine rimase indelebile nella mia testa per mesi e mesi. Il respiro scandisce un ritmo. La musica si basa su una metrica, sul ritmo. Ci sono attimi, momenti intensi, nei quali percepisco Ornaments come un unico essere che respira e pulsa. Accade quando “accordiamo i respiri”, tra noi e con chi del pubblico ci segue. Da qui, una sorta di “logica della sensazione” per dirla alla Gilles Deleuze. Suonando non “dipingiamo” ciò che rimanda a una sensazione, l’idea è quella di generare la sensazione stessa.

Quanto tempo ci avete messo per sviluppare le idee per il disco?

“Pneumologic” racchiude molti anni di prove e di concerti. Da quando abbiamo ripreso a suonare la composizione è diventata estremamente fluida. Enrico (bassista, ndr), che si è unito alla band prendendo il posto di Simone e permettendoci la rinascita nel 2011, ci ha fornito un enorme fonte di energia e un grande apporto compositivo. I cinque anni di pausa hanno inoltre contribuito a rendere ognuno di noi molto più determinato ed essenziale nell’approccio allo strumento e al “lavoro in sala prove”. “Pneumologic” racchiude idee centellinate tra gli spunti che registrammo prima di scioglierci congiunte a materiale composto durante il 2012, a formare un unico respiro che si esprime attraverso cadenze e atmosfere alternate e vitali.

Gli archi di Daniele Rossi donano a “Pneumologic” quel tocco in più.

A: Daniele, oltre che un amico, è un ottimo musicista polistrumentista. Ha sempre collaborato con noi fin dal principio ed è sempre stato molto affine alla nostra percezione dei pezzi inserendosi perfettamente nelle melodie. Abbiamo concepito i pezzi lasciando volutamente spazio alla sua capacità in momenti determinati nello scorrere dei pezzi. Il colore che ha aggiunto ha come al solito esaltato le atmosfere che rincorrevamo.

La voce “calda” di Silvia Donati e quella “fredda” di Tommy dei Concrete hanno contribuito in due brani. Cosa vi ha fatto decidere di avere una voce in quei brani e perché sono stati scelti proprio loro due? Aggiungo che il brano dove canta Tommy è il punto più alto dell’album.

D: La teoria galenica del pneuma come spirito che infonde il principio di vita alle cose animate costituiva pure un primo tentativo di spiegazione del fenomeno del concepimento, fondato sul riconoscimento di un principio maschile e femminile in tutti i fenomeni naturali. In tal senso la voce calda, avvolgente e sinuosa, di Silvia e la voce, fredda e tagliente, di Tommy simboleggiando lo scontro e la generazione che sorge tra i due principi, tra gli oceani di bile nera della malinconia e la fredda rabbia che scuote un corpo oltraggiato. Il disco, in tal senso, ha un finale disforico.

Apriamo un attimo una parentesi sui Concrete. Se ne parla sempre troppo poco di quel fantastico gruppo romano, negli ultimi tempo credo di aver letto il loro nome solamente su Rumore per merito di Marco Pecorari e della sua rubrica “Scanner”, e grazie ai Ronin, che gli dedicarono un brano sull’album “L’ultimo re”.

D: Conservo un ricordo indelebile dei Concrete: si è trattato di una band di grande rilevanza, che ha costituito un tassello fondamentale nel mio percorso di crescita musicale. La prima volta che li vidi dal vivo è stata una sorta di rivelazione. Non avevo mai visto prima degli italiani suonare allo stesso livello di potenza e precisione delle band americane (che all’epoca erano quasi inevitabilmente superiori ai loro gruppi di supporto, quasi sempre molto più carenti in strumentazione e capacità tecniche). Oltre all’incredibile potenza di fuoco esibita sul palco, i Concrete sfoderavano la caratteristica di quel cantato acuto e cantilenante che li contraddistingue, così assurdo e apparentemente fuori luogo rispetto allo stile metal dei pezzi, da risultare quasi sgradevole al primo impatto, ma infine geniale e totalmente consustanziale al loro mood. Facciamo alcuni passi indietro. Nella metà degli anni novanta in Italia si suonava soprattutto nei centri sociali. Le band più in voga si suddividevano in hardcore/punk “all’italiana”, e hardcore/metal nello stile delle band straight edge (stile di vita che prevede l’assenza di tabacco, alcool, droghe – ndr) americane più influenti. In questo contesto i Concrete spiccavano come una mosca bianca. Dietro di loro s’intravedeva la presenza di un formidabile fermento: quel segmento della scena romana formata dalle plurime combinazioni di musicisti dotati – che includeva formazioni quali Evidence, Notorius, Grievance, Sulle spalle delle pietre o Bruma – un manipolo di personalità in grado di recepire gli spunti provenienti dalle etichette DIY d’avanguardia (come Ebullition e Gravity), rielaborandoli proficuamente. Mi auspico che prima o poi si vada alla riscoperta di certe perle nascoste nelle pieghe di un periodo ancora scarsamente documentato e sottostimato, dove pure sono sorti a suo tempo dei notevoli focolai di creatività musicale (ad esempio il nord-est della Halley Records o il giro di Genova e Livorno).

Che impatto avranno questi brani dal vivo?

D: I brani di Pneumologic sono stati registrati con il preciso obiettivo di non disattendere e tradire, con la patina della produzione, gli esiti della performance live. Per il resto, l’efficacia di un live viene spesso precondizionata dalla qualità dell’impianto che lo veicola. Da questo punto di vista non posso far a meno di osservare che il circuito di locali in cui ci aspettiamo di portare in giro “Pneumologic” non sarà sempre equipaggiato adeguatamente per la massima resa. Ma si tratta di un problema endemico in Italia, ove manca una reale cultura del concerto dal vivo. Tale lacuna si traduce spesso in una scarsa o insufficiente sensibilità e cura del service e dell’impianto sonoro.

È stata dura trovare un’etichetta disposta a produrre il vostro album? Penso ai The Secret, Ufomammut e ai Grime, giusto per citare alcune band che hanno trovato “casa” all’estero.

D: La collaborazione con Tannen è sorta spontanea ed è stata uno dei principali motori della nostra volontà di entrare in studio per registrare i brani che avevamo messo a punto in sala prove. Si può certamente dire che senza Riccardo Orlandi questo disco non avrebbe visto la luce, non certo nel 2013! In tal senso, siamo stati fortunati. Ma c’è da dire che Ornaments, esattamente come i gruppi che citi, godevano di una reputazione già consolidata. Oggi poche etichette sono disposte ad investire qualcosa su un gruppo di sconosciuti, a meno di avere dei riscontri immediati sulla loro “visibilità”: a partire dal numero di concerti sostenuti ai download su Bandcamp…

A: Il periodo storico per le etichette indie italiane (e europee in generale) è sicuramente poco proficuo. Senza perdermi in discorsi sulla musica indipendente, i quali vengono affrontati giorno per giorno risultando assimilati dai più, vengo alla nostra esperienza diretta. Riccardo di Tannen Records è un grande amico che ormai conosciamo da una decina di anni. Già da tempo mi aveva espresso il suo desiderio nel partecipare all’edizione cd del un nostro disco. Decidere in questi casi e assai facile e immediato. Tra di noi c’è sempre stata enorme stima reciproca sia  come persone che come musicisti. Stesso discorso è nato con Fabio di Escape from Today dopo la nostra esibizione al NOfest! 2012. Si è dimostrato entusiasta ed è una persona estremamente gentile e verace. Luca di Sangue Dischi (suona e ha suonato con Laghetto, Marnero, Si Non Sedes Is) ha condiviso con noi palchi ed esperienze, siamo amici da oltre dieci anni ed è una persona che ama la musica pestata… come dire di no! Simona di Blinde Proteus l’abbiamo conosciuta durante la produzione dell’edizione vinile di “Lacrima/Pantera” dei The Death of Anna Karina. É nata subito una buona amicizia e ha dimostrato immediatamente interesse per Ornaments. É una persona attenta al lato umano, di una gentilezza e cura disarmante. Da queste tre etichette nasce la possibilità di far uscire un’edizione in doppio vinile (con il quarto lato serigrafato!) che sicuramente un’etichetta da sola non sarebbe riuscita a sostenere perchè troppo onerosa in termini economici. Che dire, rendere gli amici partecipi dei tuoi progetti è la cosa più naturale del mondo, non abbiamo avuto molti dubbi.

Ormai si può dire che fate parte di quello che è lo “zoccolo duro” musicale del nostro paese, che vede i suoi punti di riferimento in gruppi come Zu, Ufomammut, Ephel Duath e MoRkObOt, per poi arrivare a realtà come la vostra, o i Fuzz Orchestra, gli Zeus!, Bologna Violenta ed altri. Molte di queste band hanno avuto un buon successo all’estero: avete mai pensato di rivolgere anche all’estero quello che proponete?

D: Sì, certamente. Stiamo cominciando a sollecitare i canali che potrebbero portarci, nell’immediato futuro, a un’edizione estera di “Pneumologic”. Questa non sarebbe che una prima, necessaria, tappa per muoversi in direzione di una tournée all’estero. Credo anch’io che la nostra proposta possa trovare una buona accoglienza in quegli ambienti dove il pubblico ha già maturato da tempo un palato avvezzo al nostro genere, e dove i promoter possono muoversi senza i mille impedimenti che ci sono Italia e bensì con il supporto di strutture, centri e istituzioni. Dove, in altre parole, la musica – “grande” o “piccola” che sia – ha acquisito ormai da tempo pieno titolo di evento culturale, da promuovere e finanziare, e non è così costretta ad avventurarsi in occorrenze fortuite, come accade invece da noi su quasi tutto il suolo nazionale, ad eccezione esclusa del binario formato dai grandi centri (i quali, comunque, hanno i loro peculiari problemi).

Foto di http://kartuphoto.com/

Marco Gargiulo

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