Widowspeak – Almanac

Pur discostando totalmente dagli altri artisti, di un livello clamorosamente alto (basti citare Wild Nothing, Beach Fossil, Thieves Like Us), i Widowspeak da un anno e mezzo circa hanno monopolizzato l’attenzione della Captured Tracks su di loro. Provate a pensare “Captured Tracks” e vediamo se non vi viene subito in mente “chissà che fanno i Widowspeak“.

Bene, lo avevano annunciato e hanno rispettato gli accordi, il disco è uscito e si chiama “Almanac“, consta di dodici pezzi e a un primo ascolto sembra essere l’erede diretto dell’esordio omonimo. Sin dal principio, risulta veramente inevitabile l’accostamento Mazzy Star, a causa di una voce fortemente “Hope Sandoval” e delle chitarre che pescano melodie e sonorità direttamente dall’indie/dream pop anni ’90. Gli anni ’90 proiettano altresì la propria ombra per tutta la durata del disco, d’altronde si tratta pur sempre di un’opera Captured Tracks; questo però non permette ai Widowspeak di perdere la propria identità anni ’60, espressa nelle atmosfere desertiche e altamente americane, quasi fossimo stati trasportati d’improvviso in una Mustang per un viaggio dall’Arizona al New Mexico.

Concentrate a metà disco troviamo comunque qualche melodia un po’ arraffazzonata (Devil Knows), quasi riempitiva, che fa perdere il senso concettuale di tutto il disco; una traccia che sembra quasi senza identità, un po’ richiamante gli Shins degli anni 2000, ma sterilizzata di qualsiasi umore, e che poco si accosta al resto dell’album.

Ce lo aspettavamo più o meno così, come l’araba fenice che risorge dalle proprie ceneri. Così è stato, un buonissimo disco, con qualche calo di qualità; ma suvvia, i ragazzi stanno insieme da poco più di un anno, possiamo ritenerci soddisfatti, contando anche che l’album arriva dopo un anno di quasi sterilità qualitativa. Incrociamo le dita per il futuro.

Eliana Tessuto

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