Bipolarismo artistico: intervista a Colapesce

Da pochi minuti le luci del Trianon si sono riaccese. La data napoletana del “Bipolare Tour” si è conclusa. Meg e Colapesce hanno strappato applausi. Tanti applausi. Non sono però mancate le perplessità. Qualche fan dell’artista siciliano ha storto il naso: “Bello il concerto… di Meg“. Come a dire: e solo di Meg. Di questo e altro abbiamo parlato con Lorenzo Urciullo, pazientemente atteso mentre sbrigava – com’è giusto che sia – i suoi doveri di artista: vale a dire, autografi e foto con i fan.

Ti ho visto rilassato e anche divertito sul palco. Allora, com’è andata?

A parte qualche problema tecnico interno (con i relativi momenti di vuoto, compensati però dalla sua vena da intrattenitore, ndr) è stato bellissimo. Il teatro è meraviglioso, e questo è un teatro storico, è il teatro della sceneggiata napoletana, di Merola, D’angelo… Meraviglioso, ma anche strano perché io sono abituato più ai club, con gente ammassata sotto al palco, in cui si crea un’empatia diversa. Nel teatro c’è sempre questa compostezza… è un altro tipo di spettacolo. Molto acustico. È comunque figo, perché si presta anche alla dimensione da club con una scaletta più tirata.

Anche stasera però, se non ci fossero state le sedie in sala, su alcuni pezzi si poteva ballare tranquillamente.

È vero. A Bari, dove ci siamo esibiti in un club, la gente è esplosa. Però è sempre bellissimo suonare nei teatri, è sempre un’emozione fortissima.

Che cosa diventano le tue canzoni in questo tour? Altro o sono le stesse con un nuovo vestito?

Hai detto bene, sono le stesse con un vestito diverso. Alcune come Bogotà – che nel mio set è molto rock, usiamo tre chitarre, basso, batteria – qui diventano più elettroniche, virano più verso il mondo di Maria (vero nome di Meg, ndr). E invece ci sono suoi brani che si avvicinano al mio mondo, come Sfumature, iniziata voce e chitarra. E viceversa, come S’illumina. È il bello di queste otto date. Non sarà una formula che riproporremo all’infinito. Finora è andata bene, molto bene.

Com’è nato quest’asse siculo-campano?

Grazie a Maria. Ha sentito S’illumina su YouTube e ha contattato Emiliano, un suo amico che fa parte del mio management per fargli i complimenti. Allora a me è venuta l’idea di fare qualcosa insieme, una collaborazione su satellite. Abbiamo registrato la voce di Maria sulla base già esistente. Funzionava benissimo. Tanto che poi nelle radio è andata molto bene, l’hanno passata molto su Radio Rai 2, è diventata una microhit. Siccome poi ci siamo trovati bene anche umanamente – è nata una bellissima amicizia – abbiamo deciso di continuare quest’esperienza insieme. E abbiamo fatto il “Bipolare Tour”.

Si vedeva quest’intesa sul palco.

Ci capiamo, c’è affinità artistica.

Non ti sei sentito in alcuni momenti limitato? Gli arrangiamenti elettronici, secondo me, in alcuni momenti ti sovrastavano…

Calcola che loro tre (Meg, Mario Conte e Alessandro Quintavalle, ndr) suonano insieme da molti anni. Io sono un po’ un intruso. Lo spettacolo probabilmente è costruito più intorno a Meg. Ed è giusto così. Io sono in giro da un anno e mezzo, lei manca da tre anni. Era giusto che io andassi a suonare nella sua dimensione, con i suoi musicisti. Lo show in ogni caso deve essere ancora rodato bene. In più stasera abbiamo avuto qualche problema tecnico. Però funzione. Non è una gara.

Assolutamente. Però chi conosce solo te, e non lei, può rimanere spiazzato. E affermare, come ho sentito: Meg canta accompagnata da Colapesce…

Noi abbiamo lavorato nella più totale libertà espressiva. Poi lei ha fatto qualcosa in più perché non suonava a Napoli da quattro anni, era giustissimo così. Magari se fossimo stati a Catania avrei omaggiato la mia terra con una, due canzoni in più. Più in generale il live è molto equilibrato, e la scaletta equamente divisa fra i miei pezzi e quelli di Maria. E poi il mio tour, dopo questa esperienza, riparte, a fine maggio fino a metà giugno, poi mi fermo.

Per dare un successore a “Un meraviglioso declino“?

Sì, mi chiudo in studio e nel 2014 uscirà il disco nuovo.

Non è che questo tour va a influenzarne produzione e arrangiamenti?

No no, mi sto orientando su Bon Iver come tipologia di produzione.

Niente svolte elettroniche come Raina (Alessandro, leader degli Amor Fou, ndr)?

L’elettronica io l’ho sempre amata. Anche con gli Albanopower. Anche nel mio disco, in Oasi, ho preso un beat dei Yo La Tengo. Ho sempre fatto una ricerca sonora.

E poi ho visto che hai ascolti molto vari.

Trasversalissimi. Se nel prossimo disco ci sarà elettronica è perché ce l’ho di natura io. Mi ripeto: se ascolti gli Albanopower, il settante per cento delle robe era programmata. A suonare sui suoni di Meg mi sono trovato bene perché sono abituato. Probabilmente non l’avrei mai fatto – forse – se non fossi stato così trasversale

Mettiamo da parte la musica. Alle elezioni politiche del prossimo mese…

No comment!

Aspetta. A me interessava sapere altro. E cioè: Arte per Arte, come diceva Oscar Wilde, o Arte come militanza?

L’Arte storicamente è anche militanza, se ci pensi…

Però quando si scrive un romanzo, una canzone, una poesia… si deve pensare all’Arte in sé e per sé o bisogna metterla al servizio di qualcos’altro?

Nel mio caso è un equilibrio sottile. Nel disco ci sono molti riferimenti poetici, in equilibrio quasi con riferimenti politici. De Andrè, in “Storia di un impiegato”, che è il suo lavoro da lui più odiato, si schierava. Non ci dobbiamo schierare. L’artista deve dare un punto di vista. Per questo i movimenti anni 90, dei centri sociali, della presa politica sono stati ridicoli. Dal mio punto di vista, ovviamente. La retorica del “No al ponte sullo Stretto” a me fa vomitare, per attitudine. Se te lo devo dire, preferisco descriverti la costa della Calabria e della Sicilia, e poi tu ascoltatore trai le tue conclusioni. Giudicare non rientra nel mio stile, e non lo farò mai.

Foto di Alessandro Caiazzo

Christian Gargiulo

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