My Dying Bride – A Map of All Our Failures

La Sposa Morente è sinonimo di perseveranza e qualità. Perseveranza, in quanto la band di Bradford, nella sua carriera ormai più che ventennale, ha sempre portato avanti senza compromessi il suo gothic/doom di derivazione death, senza mai cambiare davvero le carte in tavola (a differenza delle trasformazioni incessanti che hanno toccato le discografie di Paradise Lost e Anathema). Qualità, perché, per quanto la sostanza del gruppo sia più o meno rimasta intatta e non abbia visto deviazioni di genere degne di nota (eccezion fatta parzialmente per “34.788%… Complete”), i dischi dei My Dying Bride sono tutti degli autentici gioielli di umbratile fattura, ricchi di emozioni (principalmente) oscure e di soluzioni sonore originali e raffinate, a comprova dell’innegabile talento di Aaron Stainthorpe e colleghi.

A Map of All Our Failures” arriva a distanza di tre anni dal precedente “For Lies I Sire”. Nel frattempo, la band non è rimasta con le mani in mano, ma ha dato alle stampe “Evinta”, monumentale opera classica che riassume l’intera carriera del gruppo, e l’EP “The Barghest O’ Whitby”, un’unica traccia che rappresenta una summa dello stile della band, passando da momenti ispirati al death/doom originario per arrivare ad atmosfere più gotiche care alle ultime produzioni della band.

Campane a morto e riff lenti e densi ci accolgono nella nuova opera, che vede confermato il ritorno gradito del violino (suonato dal tastierista al debutto su disco Shaun MacGowan). È un turbinio incessante di emozioni agrodolci, passando in rassegna l’intero scibile emotivo di un essere umano. Dalla disperazione più profonda a momenti di romanticismo cupo, senza dimenticare la rabbia, la costernazione, la malinconia. Un susseguirsi di riff struggenti, ad opera dei due chitarristi Andrew Craighan e Hamish Glencross. Una prova vocale come sempre da brividi, quella di Aaron Stainthorpe, che propone, con nostro sommo piacere, anche alcuni passaggi in growl su qualche brano, dove necessario. The Poorest Waltz su tutti eccelle nel mostrare pienamente lo stato dell’arte della Sposa Morente oggi come oggi.

Niente di nuovo sul fronte occidentale. Vero, il pericolo di un déjà-vu può sembrare dietro l’angolo. Ascoltare più volte l’album, però, conferma le qualità attuali di una band immortale, che non ha paura di essere quello che è e lo rivendica orgogliosamente, maestosamente, senza timore di confronti. Lunga vita alla Sposa Morente.

Livio Ghilardi

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