My two cents#12

My two cents

In questo numero: Il Buio, Comaneci, Australasia, Alì, Dani Male, Gentless3, Quasiviri, Male di Grace, RoSyByNdY, IlSogno IlVeleno.

Il BuioVia dalla realtà, 7 (CORPOC)

Se dentro di sé capita di sentire un’attitudine punk farsi avanti, è probabile che quella fuga a cui si è predestinati abbia anche un indirizzo e un numero civico. Se si è un quintetto che prova particolarmente gusto nel perdersi in quel di Vicenza, e se il proprio nome è Il Buio, allora è ancora più probabile che esista davvero un’ubicazione del genere. Conoscere “Via dalla realtà, 7” non vuol dire avere a che fare soltanto con il nome di un 7″, ma anche con qualcosa che accomuna tutti i componenti della band, e relativi ospiti, sia di stampo musicale che grafico. In un duplice movimento, mentre la traccia che dà il titolo al lavoro funge da inganno all’ascoltatore grazie ad un sax dal sapore free jazz ottimamente suonato da Mojomatt Bordin, ovvero metà dei Mojomatics, per poi sfociare in un andamento tra l’aggressivo e il melodico, uno scambio d’ombre in salsa sonora, è ai Fugazi che la mente della band si rivolge leggermente quando si tratta di riprendere l’Inno generazionale di noi sfigati firmato Caso, dopo essere riusciti a spuntarla da quell’agglomerato di presenze. Il risultato è molto gustoso, per un ritorno più che meritato, oltre che un’ulteriore marcia in più per la scena punk made in Italy.

Gustavo Tagliaferri

ComaneciUh!  (Madcap Collective)

 Il 9 dicembre è uscito, per l’etichetta Madcap Collective, il nuovo disco dei Comaneci (Francesca Amati e Glauco Salvo). “Uh!” gronda di stupore e magia a cominciare dal titolo e dall’artwork (lavoro di Allyson Mellberg e Jeremy Seth Taylor), continuando poi con ciascuna delle dieci tracce ad altalenare tra una sensazione di pienezza e contemporaneamente di vuoto, creati dalla voce calda e dai riverberi di qualche brano. Il cantato di Francesca, che nei lavori precedenti era stato accostato a quello di Cat Power, torna con quello stile in The Fall, dove chitarre vive e voce suadente squarciano un cielo di nubi; Green Lizard, invece, ha una sonorità lenta ed elettrificata, che piano piano si apre e acquista profondità e intensità. A questo giro la voce ricorda quella di Bjork; nota negativa per Grasshopper: seppur carica di sonorità interessanti, l’andamento e la voce melensa e cullante risultano controproducenti e ripetitivi. I Saw ha un tono e un ritmo tutto suo, con un pizzico di allegria e un tocco folk, mentre Democracy funge da incantesimo che si spezza all’improvviso, grazie a dei colpi di batteria ben in vista. Il brano si chiude senza una vera conclusione. In chiusura, As a Spider, con rumori di sottofondo a rendere inquieta l’atmosfera, e l’eco del suono ad amplificare le sensazioni taglienti. Nell’atmosfera rilassante si fanno spazio dettagli sonori peculiari e cambiamenti repentini del ritmo di un disco coinvolgente e denso come miele che a tratti scivola, a tratti s’incolla addosso.

Carmelina Casamassa

AustralasiaSin4tr4 (Golden Morning Sounds)

Mettiamola così: oggigiorno non è cosa facile cercare di fare un post-rock la cui personalità possa essere un punto di forza dalla notevole influenza sul proprio repertorio. Ma è anche vero che la possibilità di farlo non è mai venuta meno, e pare che anche il misterioso duo Australasia abbia le idee chiare. Perché “Sin4tr4” è un album caratterizzato da fusioni improbabili eppure affascinanti, dove l’apocalittico blast beat del black metal che fuoriesce dalle pelli di Rico si fonde con il tappeto post elaborato da Gian, e persino i riff ne risentono. Un effetto glaciale che prende il sopravvento già dall’introduttiva Antenna e che a sua volta non si tiene alla larga da ultrasuoni elettronici, come in SpineApnea, prima di raggiungere l’apoteosi in ScenarioRetina, tra parlati sommessi, dal sapore cinematografico (non è un caso che i nostri siano cresciuti con Morricone), vocalizzi femminili e segnali d’attesa provenienti da qualche stazione del Sol Levante. Satellite potrebbe essere la loro Il primo dio, mentre Fragile è un’immersione tra le onde del mare, ideale via di fuga alla frenesia predominante dell’opera. Un’opera che permette l’apertura di molte prospettive felici agli Australasia.

Gustavo Tagliaferri

AlìLa rivoluzione nel monolocale (La Vigna Dischi)

La combriccola di cantautori siciliani continua ad allargarsi. L’ultimo arrivato è Alì, con una rivoluzione tutta sua, prodotta dal “compare” che nell’ultimo anno si è fatto sentire spesso, Lorenzo Urciullo (Colapesce). La storia che Alì racconta e canta è quella che molti hanno vissuto, vivono e forse continueranno a vivere, una storia che accomuna molte persone: precarietà, mancanza di certezze, quotidianità, amore, un’amara realtà come una sala d’aspetto che si dilata sempre più, nessuna via d’uscita all’orizzonte, giorni sempre uguali, “il tempo che non valorizza mai“, ambizioni accantonate e poi… concedersi un brindisi al bar, un po’ di musica, tornare a casa a rifugiarsi. “La rivoluzione nel monolocale” è un disco che nasce in un rifugio e precisamente in un monolocale a Belvedere, dove vive Alì. Un disco di dieci tracce, tra cui una cover di Paolo Conte che merita d’essere ascoltata insieme a qualche altro brano, come Armata fino i denti, Continuare a vendere oro, Le nostre bocche incollate, Roulette; trattasi di qualche ballata rock-folk, una chitarra acustica malinconica e un’elettrica a spezzare le atmosfere; non che il resto sia da buttare, ma è tutto piuttosto secondario, di contorno, riempitivo. Le influenze sono quelle classiche degli ultimi tempi tra cantautori di ultima generazione. A tratti Alì sembra un Rino Gaetano con meno grinta e meno rabbia nella voce, una monotonia nel timbro che si dilunga un po’ troppo, e il cambiamento tra un brano e l’altro si percepisce solo a livello musicale. Un cantautorato afflitto, vero, tutto sommato piacevole ma più che una rivoluzione sembra un piangersi addosso.

Carmelina Casamassa

Dani MaleBlack Sabani EP (Musica Sbagliata)

Dani Male è l’ennesimo di quei casi a parte presenti nel mondo musicale nostrano, e con lui la Musica Sbagliata che fa da compagnia. Se già “La mitomania” aveva lasciato intuire di quale pasta fosse fatto il ragazzo, l’entrata in scena di una band vera e propria cambia le carte in tavola, ma non nel succo generale. E così ecco i Black Sabani, le radici dell’heavy metal e la caparbietà degli uomini di spettacolo di un tempo visti, dentro un paiolo, da un quartetto che illustra un’ulteriore facciata del mondo del nostro. Un mondo fatto anche di provocazioni antireligiose e risentimenti che colano nella skiantosiana Mi stai sul callo, divagazioni di un moog 70’s sporcato di fuzz-noise come in Corteccia, con tanto di colpi di scena, ma più giocherellone nell’antropologia dilagante di Cammello e, non per ultima, la canzone manifesto di questo nuovo percorso, GG Black Sabani: una dichiarazione d’intenti dove, sulla musica di Electric Funeral dei Sabbath, il mormorio schizzato di Dani prende il posto della voce carica di Ozzy Osbourne. Se si dovesse fare un confronto, si potrebbe dire che non sfigurerebbe affatto. Ma, si sa, quando la propria moda è “la mitomania”, c’è solo da rimanere soddisfatti.

Gustavo Tagliaferri

Gentless3Speak to the Bones (Viceversa Records)

Speak to the Bones” è la novità dei Gentless3, band siciliana che ha all’attivo già un altro disco e un EP. Un disco triste, sofferente, drammatico, testualmente maturo che si abbandona al romanticismo crudo tipico di quei poeti maledetti. Cantano positività la presenza di certe collaborazioni come quella di Cesare Basile e la produzione artistica di Joe Lally (Fugazi). Mi accingo ad ascoltarlo ripetutamente senza dare un ritmo discontinuo a questa conoscenza perché non mi sfuggano particolari che invece producono una certa mancanza nel mio immaginario sonoro. Sono sulla prima traccia, Speak to my Bones, nonché primo singolo estratto, per farsi una cattiva pubblicità e che suona come un’imitazione mal riuscita. Proseguo attraverso un’America ingiallita con chitarre e banjo in spalla, passando per una marcia fredda, destinazioni sconosciute, una dedica sentita, qualche ballata, un paio di pezzi strumentali, una speranza di salvataggio; un salvataggio che in questo caso è la musica. Perché sì, il disco ha diversi punti a suo favore ma è solo la musica di qualche pezzo a convincermi davvero. A fine disco, non posso fare a meno di notare come quest’ascolto abbia riflesso su di me uno spaccato netto tra il sound vocale e tutto il resto del lavoro. Un cantato poco stimolante, una voce che non comunica quanto dovrebbe, un tono lagnoso che si trascina sempre con lo stesso movimento (fatta eccezione per A New Spell). Per finire un pizzico di strategie musicali, per accontentare tutti o forse nessuno, con brani abbastanza diversi per starsene buoni in un solo disco. Peccato. Peccato perché oserei lodare quei pochi brani da consigliare, per la notevole parte strumentale intrisa di chitarre persuasive (come le malinconiche V for Vittoria, Destinations Unknown e Saved). Ma si sa, ogni cosa ha i suoi pro e i suoi contro.

Carmelina Casamassa

QuasiviriFreak of Nature EP (Wallace Records, To Lose La Track, Megaplomb)

Due fette d’Italia e una di Canada. R.U.N.I., Ronin e Satan Is My Brother. Roberto Rizzo, che di manipolazioni sfrenate ne sa qualcosa, anzi di più, Chet Martino, un basso a otto corde come amico, capace di fare compagnia davanti ad ogni pericolo, e André Arraiz-Rivas, un passato di jazz contemporaneo vissuto in quel di Toronto, prima di raggiungere Milano. I Quasiviri a rapporto, una strana creatura a metà tra un toro e un losco ceffo fanno da copertina a quello che è il loro ritorno, dopo l’esordio “The Mutant Affair”, del 2009. Un EP come “Freak of Nature” che è un vero e proprio scherzo della natura, in quanto a stile adoperato. Ideare una propria formula fatta di noise rock imbevuto di synth spiazzanti (la title-track), stralunate variazioni prog (No More Problems), Residents e Frank Zappa che condividono la stessa nave su cui salpare, marea permettendo (A Cry in the Night) e la vaga sensazione di avere dei caratteri musical-somatici molto cari a un’altra dimensione, che si permette di tutto e di più (Bad Games). La fusione tra l’apparente gioco e l’apparente serietà è cosa possibilissima, e fa sì che venga fuori un risultato che conferma lo splendore di etichette come Wallace Records, To Lose La Track e Megaplomb!

Gustavo Tagliaferri

Male di GraceTutto è come sembra (Autoproduzione)

Agire da soli per donare il risultato a tutti gli altri. I Male di Grace devono averlo capito bene, in particolar modo dopo quel recente tour che li ha visti affiancare i fratelli Lalli, namely Fatso Jetson. Una baraonda sonora che va di pari passo con la pubblicazione ufficiale di un lavoro autoprodotto, diretta conseguenza dell’EP di quattro anni fa. Ma cos’è che prende forma nel corso dell’ascolto di un disco come “Tutto è come sembra“? I Marlene Kuntz persi tra le dune? I Sonic Youth dopo una sessione fatta di alcolici dissetanti? Forse entrambe le cose, ma quando si tratta di cantare, come nel risucchio dal sottosuolo che accompagna Il condannato, il lento cambiamento tipico della Tentazione, le urla speranzose di Dolce miele e la polvere che pian piano sparisce della title-track, oppure dare libero sfogo alla fantasia che sfoggiano le strumentali Il paracadutista equino, riff pesanti e ossessivi che si trascinano al loro destino, e Ninna nanna per Grisù, presente anche con il contributo dello stesso Mario Lalli dei sopracitati Jetson in versione surf non meno affascinante, degna di qualche inseguimento cinematografico, allora è chiaro che per i Male di Grace è prevista una carriera bella che esplosiva!

Gustavo Tagliaferri

RoSyByNdYKapytalysty Vyrtualy (Interbeat Records)

Il disegno ideato da Luigi Piergiovanni, headmaster della Interbeat e mente dello one man project RoSyByNdY, è come se fosse partito direttamente dal futuro altamente tecnologico di “Eskoryazyony Karmyke” per poi continuare con la passata fanciullezza de “Il portiere di riserva”, ma senza perdere d’occhio il presente. Una trilogia di cui “Kapytalysty Vyrtualy” ne è la continuazione, oltre che il capitolo finale, dove ha voce in capitolo la presa di posizione dinanzi ad argomenti come l’emarginazione (Io sono la vittima), l’umanità allo sbaraglio (il rap di Dogma, con Fausto Rossi e Flavio Giurato), i fanatismi religiosi (l’ossessivo drum’n’bass di Chiudete bene la porta), il suicidio della politica dinanzi alla finanza e all’imperialismo (l’ozrictentaclesiana Non votate per me), gli esperimenti genetici (la strumentale Mengele’s Nightmare) e la salvaguardia dei bambini (Giù dal cieloParole che sfuggono alla voce, Vorrei parlarti di me). L’impatto è immediato, oltre che molto forte, e ovviamente non mancano momenti testualmente più leggeri, divisi con ospiti come Tiziana Rivale, Roxy N. e persino Antonella Ponziani. Non meno interessanti, per quella che è l’ennesima conferma di RoSyByNdY.

Gustavo Tagliaferri

IlSogno IlVelenoPiccole catastrofi (Seahorse Recordings)

Pier Paolo Pasolini non è solo una figura di grande rilevanza per quel che riguarda l’arte, la cultura e il pensiero dei nostri tempi, ma è anche un ideale punto di partenza per Alex Secone, depositario principale del monicker IlSogno IlVeleno. E un esordio come “Piccole catastrofi” non è solo una dedica a lui rivolta, è un insieme di spaccati di vita non tanto lontani dai giorni nostri, persi tra una bobina e l’altra. Dei Comizi d’amore, come da brano omonimo, accompagnati non solo da pianoforte e archi, ma anche da una Nouvelle Vague che riporta al De Gregori di metà anni ’70, da quelle Cose importanti che potrebbero fare compagnia ai Non Voglio che Clara, o le atmosfere southern miste ai Chumbawamba più acustici in quel de Il tram. E poi il folk di Favole, lo swing farcito con dissonanze di Bistrot, il soffuso blues dal sapore gangster di Storia quasi d’amore, i patrimoni culturali che scorrono l’uno dopo l’altro nel ritratto “politico” di Paese sera e l’elettrico rock di Signora in foulard nero. Quadri di altri tempi che rivivono con molta classe e disinvoltura, per un disco d’esordio di sicuro interesse, e un personaggio che di certo avrà ancora parecchio da dire.

Gustavo Tagliaferri

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