Caronte – Ascension

Caronte - Ascension

Ricordo lo scorso EP (“Ghost Owl“) della band, esordio convincente e fumoso pronto a sintonizzare la band col moderno panorama doom che vedeva e vede tutt’ora, detto proprio in poche parole, band come gli Electric Wizard capofila e dominatori assoluti. All’epoca della loro prima pubblicazione citai lo stoner-doom più classico e fondamentale per non sbrodolarmi addosso sempre il solito nome ma, vuoi o non vuoi, anche a seguito di fuoriuscite e cazzi vari (ricordo ad esempio lo smembramento della line up in favore della creazione di altri fenomeni dell’alienazione e dell’annientamento fisico, i Ramesses), gli Electric Wizard te li trovi sempre davanti ai piedi.

Detto ciò, la band ritorna convinta e orgogliosa, e ci propone una ricetta lievemente aggiornata rispetto all’esordio, quel tantino che permette al disco di proporsi, compiuto e meditato, come un full lenght appetibile e dotato di un appeal oltrel’utenza media dei cagnacci dell’underground italiano. Suoni levigati, chitarre robuste, bordate baritone, voce rapita da misticismi antiumani. In pratica, la band serve un piatto lussuoso che asciuga quel tanto di ronzante sbrodolio che friggeva nell’aria fumosa dei tre pezzi apripisti e, mi pare di notare anche che, con mio modesto dispiacere, un certo tiro stoner si sia disperso un po’ in favore di un riffing più sintetico, robusto anche se maggiormente ossessivo. In questo senso la band viaggia compatta e allucinata da un trip assurdo, in compagnia di quei santoni di turno che inneggiano alla fumata rituale, all’assalto brutale ma rallentato, alla palpata al culo delle diavolesse. Immagino assurdi alchimisti con copricapi appuntiti occhieggiare dai poster alle pareti della loro sala prove.

Doverosamente accantonato l’impianto lirico – non a tutti è giustamente concessa un’iniziazione completa al mondo dell’occulto che implode abissale nei testi della band – la musica può concedersi, questa sì, molto più facilmente all’uditorio metallaro. Sette tracce rombanti e sferraglianti, di un robusto che vi parrà di abbandonare gradualmente la tipica guida delle chitarre, per seguire un’unica traccia melodica ondulatoria e maledettamente – è proprio il caso di dirlo – groovy.

Picco assoluto quella Sons of Thelema, che dice tutto già dal titolo, e spezza per un momento l’orecchiabilità dei brani. Ode to Lucifer, già scelta per il lancio su YouTube del loro primo video, recupera un po’ di quel terreno comune al vecchio EP, ma a definire il disco per la sua estrema singolarità è il tuffo repentino nelle profondità dei brani più lenti e ossessivi. Un’autentica apnea. Anzi, poiché siamo in tema, una tossicissima inalazione di sostanze non convenzionali.

Un gradito ritorno, e un soprattutto un disco che conferma l’ottima impressione che la band aveva dato ormai più di un anno fa. Attendo a questo punto un’ulteriore maturazione del sound, come mi sembra di leggere dal sensibile scarto compositivo tra l’EP e questo disco.

Bentornati.

Nunzio Lamonaca

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