Whiskey Ritual – Narconomicon

Mi piacerebbe cominciare con ordine. Ma, volutamente, non lo farò. Non in quest’occasione almeno: il padiglione auricolare è pervaso da un puro, nefasto, disordine claustrofobico… da una violenza irriverente ben affilata e tanto acuminata da stuzzicare ogni singola terminazione del sistema nervoso centrale.

Socchiudo gli occhi e, attraverso il “riffaggio” caustico di un’Over the Edge (a mio parere il brano più deciso dell’intero lavoro) ho l’impressione netta di passeggiare sul bordo di un fiordo. Sì, perché il voluminoso e massiccio sound dei quattro parmensi si porta dietro quell’odore acre tipico che impregna lo stereo dopo una feroce razzia norvegese. Dopo un convincente “In Goat We Trust” d’esordio, i quattro dannati si ripropongono con quest’incendiario “Narconomicon“: degno sequel di quello che, per certi versi, poteva già di per se essere considerato un lavoro top per questa formazione. Seppure “In Goat We Trust” riusciva a sviscerare tonnellate d’immediatezza e genuinità (un vero valore aggiunto), questo secondo atto è una vera e propria prova di forza dove Dorian (già cantante dei Caronte) e soci ne escono a testa alta, riconfermandone l’attitudine.

Ma ripiegare e cavarsela con il considerarli un buon risultato di emul-scandinavo sarebbe riduttivo e irrispettoso nei confronti di un disco che meriterebbe più attenzione e, soprattutto, un’attenta lettura fra le righe, o fra i solchi. Nell’impasto c’è tanta sostanza: pur sconfinando nei territori lontani del brutal, i Whiskey Ritual possono vantare un poderoso arsenale rock’n’roll, ed è quello che fa la differenza. Probabilmente nelle viscere malate di questi quattro eretici c’è tanto di quel sangue motorheaddiano che probabilmente loro stessi non riescono a focalizzarlo tutto. Ed è questa la loro forza assoluta. L’aggressivo e blasfemo temperamento che traspare dalle loro singole caratterialità viene rigurgitato tra le immonde pieghe di Buccaners fino a schiaffeggiare attraverso i mantra malsani di Hanged Joe e Lo-Fi Attitude. L’album scorre senza intoppi, difficile individuare un passo falso o un minimo “calo del desiderio”. “Narconomicon” è troppo incandescente per concedere qualche via di fuga, la tensione rimane alta dalla prima traccia alla “ammiccante” (se così potremmo definirla) White Darling di chiusura. Il wall of sound sigilla il lavoro; dalle chitarre molto “black” che non stonerebbero cucite sui lavori dei Darkthrone, alla sessione ritmica decisa e vibrante.

Tirando le somme: cosa c’è di nuovo rispetto al famigerato “In Goat We Trust”? Un pelo più d’oscuro metallo estremo, quello si sente. Per il resto, c’è maturità, anche se questa viene sapientemente celata dietro un oblio a base di sostanze, alcool, sesso mercenario e depravazione sacrilega.

In sostanza: un disco vivo e pulsante. Un maniacale artefatto degno della più prepotente erezione mefistofelica. Diffidare dalle imitazioni

Rudy Massaro

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *