Throne – Avoid the Light

Dietro un monicker che potrebbe trarre in inganno (memore del famigerato e curioso esperimento di Joe Preston, ex Melvins, edito intorno alla metà degli anni ’90 a nome Thrones) si nasconde un neoformato quartetto parmense. Neoformato per modo di dire, poiché i Nostri sembrano abbiano preso luce nel vicino 2012. Il quintetto emiliano affila le armi in questo esordio sulla lunga durata mostrando i denti in territori tanto difficili quanto impervi. Un progetto ambizioso che altri, probabilmente, avrebbero dirottato verso un semplice mini o un EP. Eppure, forti della collaborazione con la Lo-Fi Creatures, i Throne ci provano. Il risultato è di tutto rispetto nonostante qualche calo di tono che, comunque, sull’intera durata si rende accettabile; del resto, non potremmo neppure pretendere l’opera omnia, altrimenti saremmo qui a parlare di genio assoluto o di band prodigio.

I Throne stanno con i piedi per terra e quello che fanno; si sente, lo fanno onestamente, con il cuore. È un album secco, sodo e ripulito da catramosità e zolfo che tanto va di moda oggi; anzi, per certi versi rielabora a tratti quell’incestuoso rapporto stoner/metal che tanto ci ha appassionato negli anni che furono ridipingendolo di grigio. Un grigio opaco e fumoso tanto da rendere il tutto più appetibile all’umano assetato di atmosfere dark.

Un primo ascolto superficiale potrebbe dare l’impressione di trovarsi di fronte all’ennesimo nipote di un sound ormai orfano dei Pantera, ma non è così. Nascosta tra le viscere di quest’oscurità ostentata c’è forse qualche ammiccamento inconsapevole nei confronti di parentesi teutoniche degne di nota. Infatti, in Buried Alive e Black Crow il ricordo s’impregna di Erosion (band tedesca attiva nella meta degli anni ottanta, poco conoscuta ma assolutamente da segnalare). E le idee ci sono, magari un po’ acerbe, ma ci sono. Il disco naviga tra suoni molto saturi per tutta la corposa durata, come cornicie a una voce talvolta troppo black per scatenare veri e propri sussulti: di fatti l’incisivo andirivieni, nocivo e radioattivo, delle ritmiche viene purtroppo spesso smussato da un cantato a tratti monolitico, nell’accenzione non troppo positiva del termine.

Avoid the Light” colpisce comunque per la massiccia dose di carica sussultoria che sprigiona man mano che si avanza nell’ascolto: si arriva abbastanza comodamente ai minutaggi più avanzati grazie a un songwriting mascolino e deciso, magari non troppo originale, ma pur sempre efficace. Ed è proprio sull’estremo calar delle tenebre che il gioco si fa più interessante: Blaspheme, God Sent Me to Kill You e Red Sun of the South offrono veri spunti di riflessione. Stiamo parlando dei tre episodi più interessanti dell’intero lavoro: qui i quattro si trovano evidentemente a loro agio catapultandosi in furiose e vulcaniche cavalcate midtempo e, questo, a discapito di atmosfere più sulfuree, che delegherei a formazioni più avezze a sonorità che sconfinano nel doom più scuro.

Un atto primo da non sottovalutare. Che sia preludio di un qualcosa che potrebbe stupirci, ce lo auguriamo, intanto teniamoli d’occhio.

Rudy Massaro

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