Dopoguerra: intervista a Simona Gretchen

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Post-Krieg“, un titolo che potrebbe celare tante cose: rappresentare un punto di svolta rispetto all’esordio “Gretchen pensa troppo forte“, oppure essere un punto d’arrivo a proposito della sua carriera solista, se non entrambe le ipotesi. Sicuramente a caratterizzare l’artista faentina Simona Gretchen è una fase di cambiamento che la vede non solo come musicista e cantautrice, ma principalmente come essere umano fermo davanti a un bivio, mentre a risuonare è una musica possente eppure toccante, forte eppure lieve. Contrapposizioni tipiche di una guerra vista con uno sguardo diverso dal solito. Questi ed altri quesiti ai quali è l’artista stessa a dare una risposta.

“Post-Krieg” è quel che si può definire un album “massimalista”, ricco di sonorità e arrangiamenti ricercati. E dove ha una particolare rilevanza la sezione ritmica, ergo una massiccia presenza del basso, degno sostituto della chitarra del disco precedente. Quanto può essere distante la Simona Gretchen di “Gretchen pensa troppo forte” da quella di oggi?

Non ritengo di suonare particolarmente bene nessuno dei due strumenti, ma suonare il basso mi è sempre, se non altro, risultato più naturale.

“Post-Krieg” è costruito su un intreccio di basso distorto e pianoforte da cui tutto si sviluppa (batterie di Paolo Mongardi comprese), a partire da un’idea di fondo, a livello sonoro e di contenuti (persino di tonalità), una sorta di visione originaria cui ogni cosa si riconduce – a questo fanno riferimento le parole di In, declamate da Sabina Spazzoli. Non ho affidato per caso le batterie a Paolo, la sezione ritmica doveva ricoprire un ruolo, in effetti, primario.

“Gretchen pensa troppo forte” si è sviluppato a partire dai testi che avevo scritto, al contrario, ed è una raccolta di brani che, per quanto legati da tematiche e atmosfere, sono stati concepiti con una propria autonomia intrinseca. Non potevano che uscirne due dischi molto diversi fra loro.

Il titolo. Non molto tempo fa, all’interno della raccolta “La leva cantautorale degli anni zero”, c’era un tuo brano chiamato proprio Krieg. È presente un velato richiamo proprio a questo tuo ultimo lavoro, quasi fosse una previsione del proprio destino artistico?

È venuta prima l’idea di “Post-Krieg” che quella di Krieg. Ovvero, ho intitolato quel brano Krieg avendo presente avrei fatto uscire questo lavoro. In pratica l’idea originaria sta in “Post-Krieg”, e Krieg voleva esserne, anche se solo nel titolo, una sorta di anticipazione.

Altro aspetto su cui focalizzarsi riguarda le parti sinfoniche, alle quali ha dato un grande apporto Nicola Manzan. Dirò un’eresia, ma ci sento alcuni richiami a certe opere appartenenti al mondo della musica classica. Un universo che ti ha dato un ulteriore input alla creazione di questo disco?

Quale eresia? La musica classica ha influenzato la formazione di entrambi, la sua forse ancor più che la mia. L’ultimo album di Bologna Violenta (“Utopie e piccole soddisfazioni“, 2012), per esempio, trovo renda omaggio, secondo me anche più dei suoi lavori precedenti, a quest’aspetto della formazione di Nicola – del cui contributo, per inciso, sono semplicemente entusiasta. La classica ci ha dato input nel passato e l’ha fatto, certamente, anche mentre lavoravamo a “Post-Krieg”. Intenzionalmente o meno.

La copertina del disco. Se in “Gretchen pensa troppo forte” e “Venti e tre” veniva dato risalto al tuo profilo, in quest’ultima fatica, curata da un sempre ineccepibile Eeviac, fa capolino una vulva con ali di pavone.

L’idea della copertina è stata di Eeviac e di Silvia Karamazov, che ha collaborato alla realizzazione dell’artwork. L’ho trovata geniale. Avevo parlato a lungo a Eeviac del fatto che “Post-Krieg” fosse profondamente legato al tema – molto caro, fra gli altri, ad Antonin Artaud – della guerra dei princìpi. Krieg è la guerra (il cd è completamente rosso, come se fosse stato immerso nel sangue e non fosse rimasta nemmeno una scritta) degli opposti che convivono, a volte affatto pacificamente, all’interno della stessa entità. Uno su tutti, il conflitto fra il Maschile e il Femminile. Se la guerra si materializza con il sangue, la nostra incompletezza di esseri umani nell’aspirazione, in alcuni di noi almeno, all’ermafroditismo: in copertina sta un corpo che potrebbe appartenere a un angelo quanto a un mostro (o un demone?). Questo per me rappresentano quel pube e quelle piume di pavone: il desiderio disperato di superare le prigioni del corpo, prendendo le distanze dal presupposto che bellezza e mostruosità siano due cose (per forza) distinte.

È da meno di un anno che ti occupi della gestione di una label di grande rilevanza per quello che è il lato più duro e sperimentale della musica italiana di oggi, la Blinde Proteus, con la quale hai prodotto la tua ultima fatica (assieme alla Disco Dada). Com’è l’esperienza di avere un propria etichetta?

Elettrizzante. Come potrebbe non esserlo pubblicare e promuovere dischi come quelli – solo per citare un paio di album usciti negli ultimi mesi – della Fuzz Orchestra o degli Ornaments? La Blinde Proteus è un’etichetta e allo stesso tempo un collettivo di musicisti straordinari, e ho intenzione di fare di tutto perché continui a esserlo.

Hai annunciato che “Post-Krieg” sarà l’ultimo disco a nome Simona Gretchen. Cosa ti ha portato a compiere tale scelta?

Se non chiudessi ora il progetto mi sembrerebbe di trasformare quello che è stato fatto finora in qualcosa di finto. O comunque di non totalmente onesto. Non voglio mentire a chi lavora con me o a chi ascolta quello che faccio, non l’ho fatto finora e non voglio rischiare di farlo accettando l’idea di portare avanti un progetto artistico come fosse un mestiere qualsiasi. Come se dopo un disco se ne facesse un altro, come se fosse semplicemente normale ragionare in questo modo. Non c’è altro d’importante, credo. “Post-Krieg” non è il tipo di disco dopo il quale potrei mai pensare “e adesso il prossimo“. Non pretendo basti spiegarlo, perché ciò diventi condivisibile. Ma penso ascoltando l’album si possa dedurre molto più di quello che potrei cercare di spiegare, adesso e a parole, in proposito.

Foto di Mirko Pezzi

Gustavo Tagliaferri e Marco “C’est Disco” Gargiulo

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