Bad Brains – Into the Future

Quanto tempo è passato dai fasti di “I Against I”, riconosciuto da tutti gli addetti al settore come uno degli episodi più riusciti e incisivi della band di Washington. 25 anni? Forse qualcuno di più. Oggi, sopravvissuti alla fine annunciata dai Maia, ci si ritrova a discutere dei Bad Brains, del loro passato, del loro presente, e dell’utilità di questo “Into the Future“.

Per noi che abbiamo la carta d’identità ingiallita dal tempo, H.R. e soci rappresentano un capitolo da documentare sui libri di storia: un qualcosa da guardare indubbiamente con rispetto. E questo vale anche per altri colossi che “la storia” l’hanno scritta sul serio almeno per quello che l’hardcore vero, quello furioso, quello istintivo e a digiuno di fronzoli inutili, ha concesso.

Suicidal Tendencies, Adrenalin O.D., DRI, Germs, Circle of Jerks, ed ancora Social Distortion, Attitude Adjustment, per poi non dimenticare formazioni più eclettiche quali Black Flag, Hüsker Dü e Dead Kennedys; non si può che guardare la scena americana togliendosi tanto di cappello e con, perchè no, quella lacrimuccia di nostalgia che si adagia sulla guancia. Molti di questi signori sono spariti, altri si sono riproposti sotto altre spoglie: parola d’ordine, evoluzione. Un termine tanto scontato, inflazionato e demodé che, però, al cospetto di un Mike Muir (tanto per citare qualcuno a caso) assume un significato quasi regale.

Questa prolissa prefazione è servita giusto per non chiudere una recensione dicendo semplicemente che l’ultima fatica dei Bad Brains è un noioso e fatiscente agglomerato di soluzioni stantie, fine a se stesse e inutili nel loro obbiettivo finale. Odio dover essere cattivo con chi dovrebbe perlomeno farmi sorridere, o addirittura farmi rivivere momenti gioiosi del mio passato quasi infantile, ma è così. Se “I & I Survive” era, ed è, un disco decisamente “bruttino”, “Into the Future” non è recensibile e riesce a far addirittura sembrare un capolavoro il suo predecessore.

Effettivamente non ho mai digerito fino in fondo il personaggio H.R. (principalmente per le sue esternazioni al limite dell’omofobia). Per non parlare della sua voce che ho sempre incastrato fra il curioso e l’irritante. Ma qui si rasenta l’imperdonabile. Le linee vocali, in tutto l’album sfidano quel poco di accettabile fruibile dagli strumenti opacizzando l’intero lavoro.

L’opener lascia presagire quanto più di trito e ritrito sia già stato scritto, suonato e interpretato. A seguire il tipico “dai-e-vai” NYHC style vengono sviolinati riff ammicchevoli che neppure i Seven Seconds più “romantici” avrebbero osato propinare. Stendo un velo sul ritornello sul quale proprio mi rifiuto di esprimermi.

Il vuoto pneumatico procede, senza sosta, attraverso Popcorn, il cui midtempo avrebbe anche potuto suscitare un timido sussulto, se non fosse stato massacrato da un H.R. febbricitante. We Belong Togheter e Youth of Today non aggiungono nulla. Yes I, Suck Sess – giusto per nominarle tutte – sono fabbriche di sbadigli. Le incursioni reggae sono sempre e comunque dietro l’angolo e ci si rende conto che, forse, quello è il loro vero mestiere. Unica luce, seppur fioca, arriva verso il calar delle tenebre: Fun è forse l’episodio più ascoltabile dell’album nonostante possa riportare alla memoria vaghe reminescenze No Mercy (progetto parallelo ai Suicidal Tendencies con Muir alla voce).

La storia dei Bad Brains è costellata di amicizie, riconoscimenti e collaborazioni degne di nota: le commistioni con Henry Rollins, Perry Farrel, le numerose teste di serie che hanno militato come ex Faith no More, ex Cro-Mags… Insomma, una grande band che avrebbe dovuto passare il testimone già da tempo proprio per essere ricordata come tale.

Album inutile.

Rudy Massaro

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