Darkthrone – The Underground Resistance

Certamente i Darkthrone non hanno alcuna paura di esporsi alle critiche né di incattivire ulteriormente lo zoccolo duro del black metal made in Norway. Molti fan della band non hanno mai accettato le evoluzioni musicali di Fenriz e Nocturno Culto, rei di aver abbandonato la strada vecchia per la nuova. “Transilvanian Hunger”, i cui testi furono scritti dall’uomo nero Varg Vikernes, è lontano anni luce dalla componente NWOBHM di The Ones You Left Behind o dal trash metal di Dead Early.

Chi s’innamorò di loro nei primi anni ’90 potrebbe collassare nell’ascoltarli a distanza di vent’anni. Il black metal è stato letteralmente messo da parte in nome di un rinnovamento “vintage”, una riedizione dei mitici anni ’80 in chiave Darkthrone, senza compromessi o occhiolini ai vecchi fan. L’indole punk adottata negli ultimi album ha lasciato spazio ad un più ampio approccio musicale, completamente disinteressato alla costruzione di una logica musicale monolitica, e aperta all’esplorazione di più sfaccettature della prima metà degli anni ’80.

L’album è composto da sei tracce registrate con le medesime tecniche utilizzate in quegli anni, offrendo a chi ascolta la vera illusione di esser tornato ai bei tempi andati.  La produzione, un po’ “sporca” e da molti criticata, è il vero colpo di genio, lo slancio necessario per vivere l’esperienza musicale ottantiana” in modo diretto e duro, senza fronzoli e patinature.

Il punto forte dell’album è la grande moltitudine d’influenze espresse dai due autori (Celtic Frost, Candlemass e Bathory su tutti). Fenriz e Nocturno Culto sono due enciclopedie di metallo viventi e le loro produzioni, per quanto talvolta opinabili, rappresentano dei veri pozzi d’oro nero per chi ama scovare dettagli oscuri e puntuali riferimenti musicali.

Le uniche perplessità sono legate al quasi compulsivo bisogno di sperimentare strade diverse indipendentemente dalle abitudini dei propri ascoltatori. Se da una parte possiamo definirla una scelta lodabile e coraggiosa, dall’altra dobbiamo ricordare come i Celtic Frost, più volte citati da Fenriz nei propri brani, rimasero schiacciati dalla propria necessità di sfidare il pubblico con nuove proposte producendo quel “Cold Lake” che segnò la fine della band svizzera.

Chi non si sente tradito dalla strada intrapresa dai Darkthrone potrà godersi un ottimo album corposo e interessante. I nostalgici dei primi lavori death e black di Fenriz e Nocturno Culto troveranno, invece, l’ennesimo schiaffo a un passato sempre più remoto

Adrian Nadir Petrachi

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