Fuzz Supernova: intervista ai Prehistoric Pigs

Quattro gambe buono, due gambe cattivo“. Questa citazione de “La fattoria degli animali” di George Orwell è il credo dei Prehistoric Pigs, tre ragazzi di Udine al debutto con il loro disco “Wormhole Generator“, sotto l’egida della Moonlight Records. Dall’inizio del 2013 la band sta portando il suo stoner strumentale in giro per il nord Italia, con alcune date anche nell’Europa dell’est. Li abbiamo intercettati durante uno dei loro viaggi psico-spaziali per rivolgergli qualche domanda.

“Wormhole Generator” conserva tutta la genuinità dello stoner desertico declinandolo però in forma più ampia e “spaziale”. Ad ascoltare il disco, più che nel deserto del Mojave, sembra di fare una passeggiata sulle distese rosse di Marte. Come nasce l’idea di questa “ambientazione sonora”?

Nasce dalle evocazioni che la nostra musica provoca in noi stessi. Le jam che sono alla base della nostra composizione causano in tutti noi la sensazione di trovarci su un altro pianeta. La ruvidezza della sabbia e l’aridità del deserto rimangono, sono ben presenti, ma al deserto ci arriviamo dopo un lungo viaggio spazio-temporale, su una navicella spaziale a carbone, pronta a planare sui fiumi di lava di un vulcano iperuranico. E non ci droghiamo

Qual è stato, in quanto band, il vostro percorso musicale? Il sound di questo disco è frutto di una lunga ricerca o era qualcosa che già scorreva nelle vostre vene?

Il percorso musicale di tutti e tre passa per l’hard rock degli anni ’70, l’alternative rock degli anni ’90, il primo stoner e quello degli ultimi anni. Il nostro suono risente di tutto ciò che abbiamo ascoltato nella nostra vita, non è frutto di ricerche ma è semplicemente ciò che ci piace. Quando abbiamo deciso di fondare i Prehistoric Pigs abbandonando tutti i progetti in cui tutti e tre eravamo coinvolti, l’idea di un certo tipo di suono era già ben presente nelle nostre menti, e abbiamo deciso di metterla in pratica lasciando alle spalle i vari compromessi cui avevamo dovuto cedere nelle nostre band precedenti.

Il vostro è un genere ricco d’influenze. Dovendo scegliere, quali sono tre artisti senza i quali oggi i Prehistoric Pigs non sarebbero mai esistiti?

Kyuss, Jimi Hendrix e Tool.

Il disco è puro stoner strumentale al cento per cento. Cosa vi ha portato a decidere di non includere una voce nella vostra musica?

La scelta di essere un gruppo strumentale dipende unicamente dal nostro gusto musicale. I risultati delle nostre jam strumentali in sala prove ci piacevano così com’erano, perciò abbiamo ritenuto inutile aggiungervi una parte vocale. Tutti e tre, poi, riteniamo che l’alchimia che si è creata fra noi nel corso del tempo, sia dal punto di vista personale che da quello musicale, sia perfetta così com’è. Infine, una cosa che ci preme sottolineare, è il fatto che noi non abbiamo alcun messaggio da trasmettere.  A noi importa solo della musica, e delle sensazioni che essa produce. È questo ciò che ci interessa, suscitare visioni, viaggi mentali, sensazioni; e la musica di per sé, senza testi, è sufficiente per ottenere tale obiettivo. Nel nostro genere, essere “solo” strumentali non è una scelta propriamente controcorrente, anzi. Molti dei gruppi che ascoltiamo sono privi di voce, o almeno lo sono per buona parte della loro musica Basti pensare ai Karma to Burn, ma anche ad alcune canzoni dei Kyuss, o a gran parte di quelle dei Colour Haze.

I titoli dei vostri pezzi sono molto evocativi. Sono un punto di partenza per le sensazioni che la musica dovrà ispirare, o vengono decisi solamente a posteriori?

I titoli delle nostre canzoni non sono altro che le porte da attraversare per iniziare i viaggi disegnati da ognuno dei nostri brani. Titolo, musica, viaggio: ogni canzone è fatta per condurre l’ascoltatore verso luoghi sconosciuti. I nostri viaggi sono conditi ulteriormente dalla distorsione, dalla ruvidezza, dai grugniti dei maiali preistorici. I titoli delle canzoni sono le tappe del loro/nostro viaggio spazio-temporale, cominciato dai tempi del magma primordiale, giunto fino al nostro secolo, e pronto a proseguire fino agli anelli di Saturno.

E ora il nome della band. Durante quale momento di follia è stata concepito? Scherzi a parte, quale storia si cela dietro la nascita dei “maiali preistorici”?

Il maiale preistorico ci è sembrato una bestia perfetta per simboleggiare la nostra musica: pesante, grezza, oscura, super distorta. Ci piace immaginare che la nostra musica, in particolare nei live, arrivi addosso alla gente con la forza, l’irruenza e la fangosità di un’orda di sporchi e truci maiali arcaici. Il rapporto tra il nostro suono, il senso della nostra musica, il nome della band, è molto stretto.

Sicuri, ma proprio sicuri, di non avere niente a che fare con la pioggia di meteoriti in Russia?

Magari avessimo poteri del genere, ci sono un bel po’ di luoghi dove ci piacerebbe far piovere pietre!

Nel roster della Moonlight Records ci sono, insieme a voi, ottimi colleghi come Shinin’ Shade, Electric Taurus e King Bong. Com’è nato, e come continua, il rapporto con la vostra etichetta?

Il rapporto con la Moonlight è nato in modo abbastanza strano. Un ragazzo dall’Argentina ha ascoltato un paio di nostri pezzi su YouTube, si è complimentato con noi e ci ha segnalato alla casa discografica di Parma. Come fossero in contatto l’argentino e i parmensi non l’abbiamo ancora capito. Fatto sta che nel luglio dell’anno scorso la Moonlight ci ha contattato, in agosto abbiamo registrato e a ottobre è uscito il disco. Ora la Moonlight gestisce la nostra promozione in Italia e all’estero e la distribuzione dei nostri dischi, e ci procaccia un po’ di date in giro, anche se, data la difficoltà di trovare posti dove sia possibile organizzare serate interessanti, per quest’ultimo aspetto ci sbattiamo molto anche in modo autonomo.

In Italia lo stoner è un genere abbastanza di nicchia. Credete che nel tempo questa cosa possa cambiare? Quali sono i vostri obiettivi per i prossimi anni?

Hai perfettamente ragione. Lo stoner in Italia sembra essere roba per pochi, e frequentando varie realtà nel nord Italia dubitiamo molto sul fatto che tale stato di cose possa cambiare. Certo, un’impennata dell’interesse verso il genere sembra esserci stata a livello europeo, con l’ascesa di molti gruppi interessanti, ma crediamo che lo stoner e i generi affini siano destinati a rimanere molto underground, come lo sono sempre stati: e forse questa è anche una delle fortune del genere.

Foto di Julian Haas

Dario Marchetti

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