My two cents#13

My two cents

In questo numero: FulkAnelli, Giuradei, Il disordine delle cose, Elio Petri, Asino, Herba Mate, Tarick1, Kafka on the Shore, Inferno Sci-Fi Grind’N’Roll, Magic Crashed.

FulkAnellis/t (Lemming Records/Offset Records/Blinde Proteus)

Vulkan e Helio, al secolo Paolo Mongardi e Cristian Naldi, ne sanno una più del diavolo. Sembrano essere animati da qualcosa di profondamente sacro in quello che è il percorso che li lega, vedendoli incrociarsi in un solo corpo: il suo nome è FulkAnelli, alchimia e mistico che penetrano nella psiche umana, per un risultato che opera attraverso tre fasi, dove a fare da cuore e cervello sono il drumming del primo e le distorsioni a sei corde del secondo. Il tetro incedere dei quasi venti minuti di ALAMBIkkO, fatto di battiti improvvisati riconducibili a quelli di una catena di montaggio e feedback che precedono l’apertura delle porte dell’inferno, è il lasciapassare per il free jazz andante di kOMPASSO, le lancette del tempo che si vedono immobili, per poi andare come trottole incontro all’esplosiva e magmatica strada del doom, fino al suo epilogo, rintracciabile nell’apoteosi di INkIOSTRO, lenti riff che sfociano in una condensazione sludge, lasciando l’ascoltatore come spiritato, succube di un simile esperimento. Perché “FulkAnelli” non è solo l’ennesima conferma di musicisti quali i sopracitati Mongardi e Naldi, ma è un altro più che necessario tentativo di rompere le acque. Portato ad ottimo fine.

Gustavo Tagliaferri

Giuradeis/t (Picicca Dischi)

Dopo tre dischi solisti, il bresciano Ettore Giuradei ha deciso di unire le forze con il fratello Marco, realizzando un disco di dieci tracce, che si fanno ascoltare con piacere. Le strutture musicali costruite dal duo sono in alcuni episodi assimilabili al migliore cantautorato d’autore, come dimostrano Dimenticarmi di te, Senza di noi (con Depedro dei Calexico ospite alla chitarra), la conclusiva sognante Amami e Continuano a volare, che vede alla voce la carismatica partecipazione di Giancarlo Onorato. Il nucleo centrale del disco è però caratterizzato da cambi di ritmo improvvisi (le iniziali Mi dispiace amore mio e La sconosciuta) e travolgenti cavalcate (Generale, Papalagi), che, accompagnandosi a parole graffianti e taglienti, mettono ben a nudo le contraddizioni e le ipocrisie dei tanti presunti maestri della società contemporanea. Ne viene fuori dunque un disco compatto e ben rifinito nelle architetture sonore, convincente e ben congegnato sul versante dei testi: cosa chiedere di più a un nuovo progetto discografico all’esordio?

Pietro Ressa

Il disordine delle coseLa giostra (Cose in disordine)

Una giostra è fatta d’istanti, spezzoni che scorrono velocemente, mentre va avanti la musica. Un gioco così simile alla realtà, eppure riconducibile ad un concetto differente di pop. “La giostra“, vista dagli Il disordine delle cose, e collegata a questo loro secondo album, fa da risposta a simili aspettative, presentandosi come la colonna sonora ideale di un’esperienza di vita così ludica, eppure così introspettiva. Quando canta Marco Manzella è come se ci si prestasse felicemente ad una sinergia con corni, melodie beatlesiane (Mi sollevo) o più vicine ai propri colleghi (una Sto ancora aspettando che sa di Benvegnù, per non parlare di La preda), pianoforti (Al tuo ritorno, l’eterea Marionette), fiati (Mi sollevo, la title-track), il dolce fluire degli archi (Vorrei, potrei, dovrei), silenzi (Improvvisazione n. 9), solarità (Appena prima), rumori di strada (La mia città) e soliloqui con cui chiudere il sipario (Tolgo il disturbo), tra Non voglio che Clara e Northpole. E, nel momento in cui la fiera ha fine, è come il vuoto è stato colmato. Resta un disco, un grande disco, una conferma di un progetto che merita molto più di quanto già non abbia. Cose in disordine, eppure in equilibrio.

Gustavo Tagliaferri

Elio PetriIl bello e il cattivo tempo (Cura Domestica)

Questo Elio Petri non è il regista de “La classe operaia va in paradiso”, ma Emiliano Angelelli che, dopo circa due anni da “Non è morto nessuno”, torna trasformando il progetto solista in una band. Il bello e il cattivo tempo è un disco ricco di sfumature, elettrico, con ospiti di una certa rilevanza: Teho Teardo, Marco Parente. Dimenticate i violini, le chitarre acustiche e il pianoforte della precedente uscita e abbandonatevi all’incontro con un rock contaminato dal pop e dalla new wave, grazie anche a Daniele Rotella (The Rust and the Fury), che ha registrato il disco, e all’inserimento di una seconda chitarra, quella di Alberto Toti. La scrittura semplice, oserei dire minimale, frasi in loop; poche parole che giocano a prendersi spazio e pause ma non manca qualche testo criptico. Dopo tanti nuovi ascolti usciti sull’onda di mode e scopiazzamenti vari, qualcosa di diverso ed eccentrico arriva ad incuriosire. Atmosfere cupe, distorsioni, una “minaccia” stile anni ’90 (Ti farò soffrire) in cui l’atmosfera si stempera con un finale strumentale, un’Alga che lascia il segno, il Bluesdegli elettrodomestici“, Il disprezzo della domenica, una Mascella, una Vipera, un Bruco, una Capra astrale e allora vi chiederete: ma qual è il filo logico di tutto questo? Procuratevi il disco e risolvete il rebus!

Carmelina Casamassa

AsinoCrudo (fromSCRATCH Records)

La furia, la ribellione, la necessità di spaccare ogni cosa una volta passato il limite. Peculiarità di equini aventi come forma di espressione una chitarra gracchiante ed una sporca sezione ritmica dal sapore garage, che liberano un olezzo che rimanda maggiormente all’hardcore punk. Puramente animalesco un simile connubio, e di conseguenza un lavoro come “Crudo” sembrerebbe essere il giusto modo di sintetizzare le proprie intenzioni, specie se a rispondere al nome di Asino sono due ragazzi come Orsomaria Arrighi e Giacomo Ferrari. È una realtà inadatta quella che si respira in brani come l’esplosiva cavalcata pessimista Mai, il ritratto di Lui era contentissimo e i cambi di tempo di Mi sono bruciato con i coriandoli, e, così come in una Chinaski ubriaca di Shellac fino al midollo e nel banchetto cannibalesco su cui si muove Asinosauro, là dove il cantato può tenere fede anche ad una mimica alla CCCP Fedeli alla linea (la vagamente blasfema Non è tutta colpa di uno scalino) c’è la possibilità di sentirsi diretti protagonista di espedienti post-core ben sfruttati (Pre ’67 D.C.). Tutto questo, in un simile EP, è uno zoccolo in faccia all’ascoltatore, il cui segno non sarà proprio facile da lenire.

Gustavo Tagliaferri

Herba MateThe Jellyfish Is Dead and the Hurricane Is Coming (Blinde Proteus)

“A volte ritornano”, sentenziava con ineluttabilità Stephen King. “I’ll be back” profetizzava, invece, il Terminator di Arnold Schwarzenegger. E allora, per non scontentare nessuno, anche gli Herba Mate ritornano in pista ristampando in vinile il loro disco del 2009 “The Jellifish Is Dead and the Hurricane Is Coming“; un’edizione limitata a duecento copie a cura della Blinde Proteus, la giovane etichetta di Simona Gretchen. Il trio stoner tutto italiano, nato nel 2001 tra le pianure dell’Emilia Romagna, prende il nome dalla tipica bevanda diffusa in tutto il Sudamerica. E se tra meduse morte e uragani in arrivo il titolo dell’album vi sembra pura psichedelia, aspettate di ascoltare la musica. Un sound valvolare, ora granitico ora lisergico, tutto improntato alla psichedelia. Ma non solo. Gli Herba riescono nel difficile compito di affrancarsi dai propri maestri: la massiccia Aragost vs. Panther parte dai Kyuss di “Welcome to Sky Valley” per arrivare a nuovi orizzonti inesplorati e del tutto personali. Una convinzione nei propri mezzi dimostrata anche dalle destrutturazioni ritmiche di Nicotine, perennemente sospesa tra percussioni e continue ripartenze. Riascoltare “The Jellyfish Is Dead and the Hurricane Is Coming” a tre anni di distanza è come tirare fuori dalla cantina una buona bottiglia, da bere in maniera assolutamente e necessariamente irresponsabile.

Dario Marchetti

Tarick1Hail to the Kitchen! (The Prisoner Records)

Da quando in qua la propria cucina è diventata una pista da ballo? Se il suo gestore è l’ex Laghisecchi e Numero 6 Andrea Calcagno, aka Tarick1, simili pazzie sono prevedibilissime. Tornare dopo quel “Dischetto rosso” di cinque anni fa, con cui ha cominciato a portare sulle scene la parte maggiormente inaspettate di sé, significa dare vita ad un insolito DJ set con cui scatenarsi, mentre a darsi il cambio sono più voci. E quindi “Hail to the Kitchen!“, perché tra una prelibatezza e l’altra c’è di che produrre. Un sound system come quello del Patto di Varsavia firmato assieme a Magellano (e con un odore addizionale riconducibile agli Ex-Otago) è lo stesso che ospita Giulia Sarpero dei Kramers nell’happy style di Underwater e Cup of Tea, Penelope Please nella fuzz-disco di Home Gay Home, i Senpai nella Sleeping Dance che profuma di 80’s, Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione in Someone Else’s Fun, dal basso daftpunkiano, e un Bobby Soul (Sensasciou, Blindosbarra) che riprendendo il classico di Richie Havens Freedom su una base alla !!! dimostra solo di tenere moltissima fede al suo nome d’arte. Techno di provinciaUsami confermano l’utilità di questa colonna sonora danzereccia. Non solo “per indie”.

Gustavo Tagliaferri

Kafka on the ShoreBeautiful but Empty (La Fabbrica Etichetta Indipendente)

Prendete un austriaco, un siciliano, uno svizzero e un americano (no, non è una barzelletta).  Quattro teste con diversi modi di fare che suonano in un unico gruppo, i Kafka on the Shore. Prendete un pianista (Vincenzo Pisani) che, stanco della solita aria da conservatorio, lascia la Sicilia e finisce a Milano, dove si imbatte in una serie di conoscenze di pirati senza patria (Elliot Schmidt, Daniel Winkler, Freddy Lobster). Prendete un genere strampalato, inventato da loro, una roba che a leggerla non sembra neanche aver senso ma a quanto pare dovrebbe rappresentare ciò che fanno (“pirate mexican porn rock”). Prendete una band con un caratterino niente male, ragazzacci energici, un po’ d’America, pianoforti sfrenati, un libro di Paul Auster (“Moon Palace”) e poi uno di Haruki Murakami (che dà il nome al gruppo), prendete dei toni allegri e scherzosi, e una mini-suite psichedelica a chiudere il tutto. Sembra che non manchi nulla: stimoli, follia, ironia, letteratura, genio e sregolatezza. Aspettiamo di capire se questo progetto avrà un seguito concreto o rimarrà solo un’apparizione del momento ma nel frattempo, prendete questo disco e ascoltatene tutti.

Carmelina Casamassa

Inferno Sci-Fi Grind’N’RollThe Fall and Rise and Fall of Inferno Sci-Fi Grind’N’Roll (Subsound Records)

Gli ultimi sorrisi prima della divisione, fissata proprio per il giorno della tanto attesa fine del mondo. Queste le intenzioni dei romani Inferno Sci-Fi Grind’N’Roll, alle quali non sono venuti meno. E allora quale occasione migliore di scegliere come testamento un disco come “The Fall and Rise and Fall of Inferno Sci-Fi Grind’N’Roll“? Un percorso fatto di cadute e risalite, un ritorno a casa fatto di collisioni con asteroidi, Romulani e samples in avvicinamento e strani corpi che fluttuano nel cosmo, aspettando il nuovo big bang. Rappresentato dalle chitarre thrash di Halls Apocalyptus, come delle ricetrasmittenti che avvistano nuovi mondi, dai synth assassini di Cartilago Delenda Est ed impazziti di Tuesday Is the New Monday, dalle sfumature quasi prog di Meet the Meetballs, da una sarcastica A Maiden Without Irony, che nel suo duplice movimento potrebbe essere l’equivalente di Suicide Note dei Pantera, lo stralunato sapore di funk di Dead Man Walkman, solo per fare degli esempi. Più che necessari per intuire che il kolossal risultante sia un epitaffio il cui segno non poteva essere più indelebile di così, per un panorama brulicante come quello di casa Subsound.

Gustavo Tagliaferri

Magic CrashedPerché io lo sapevo (Snowdonia dischi)

Che la Snowdonia fosse un covo appropriato, oltre che amabile, per menti musicalmente malate non ci voleva molto ad intuirlo. Allo stesso modo, che Fabio Soregaroli fosse una di quelle menti era già chiaro da tempo, come insegna l’avventura dei Magic Secret Room. Difatti, la riproposizione come Magic Crashed rappresenta una sorta di rinascita per il nostro. “Perché io lo sapevo” è la via di espressione di una one man band dove “Biancaneve e i Sette Nani” si vede teletrasportato nell’era dei Beatles (Spaccalegna), Io, Carlo è intento a cimentarsi in narrazioni epiche trasmutate in basi electro (Il settimo sigillo) e nel mentre si susseguono un movimento andante di stampo techno (Spazio contorto), l’acido corto circuito tra uomo e robot con tanto di divagazioni reznoriane (Go Machines Go), un onirico swing da platform game con tinte jazz (Factorian), giri di basso funkeggianti, virtuosismi pianistici e quant’altro. Seppure alcuni episodi risultino più difficili da assimilare di altri (come ad esempio la macina industriale di Krackam), l’opera complessiva è irresistibile, appartenente a quelle esperienze sonore da non lasciarsi sfuggire. Una “Rastaman Vibration” multidimensionale.

Gustavo Tagliaferri

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