Riforme musicali: intervista agli EilDentroEilFuoriEilBox84

Il Creative Commons ha fatto da humus. L’incontro con la Trovarobato è stato il sinonimo di una svolta. Il passaggio dalla natura alla riforma del sociale un punto fondamentale per la nascita di “La fine del potere“. Sì, il trio romano EilDentroEilFuoriEilBox84 deve saperne molto della relazione che ancora può esistere tra musica e politica. Ed anche per questo sono stati selezionati per salire sul palco di Le Mura, in quel di Heroes, la sera del 18 gennaio. Tanti traguardi fatti di tante storie, che vanno dal passato fino al presente, senza escludere le ipotesi per il futuro. Le stesse storie che i “ragazzi del box” ci illustreranno attraverso una manciata di domande…

“La fine del potere” è un disco che non è fatto solo di musica, ma anche di rapporto con il sociale, di analisi della vita dei giorni nostri, di rivoluzione e possibilità per il futuro. Un disco politico, praticamente. E, in relazione a ciò, noto un vertiginoso aumento dell’inserimento della componente sociale nei full length made in Italy usciti in questi mesi, senza fermarsi a certi standard stantii e stereotipati, ma con la necessità di fare degli approfondimenti storici. Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro, diceva Sepùlveda. “Irrintzi” di Xabier Iriondo e “Morire per la patria” dei Fuzz Orchestra, fortunatamente, rispondono proprio ad un simile quesito. Pensate sia ancora possibile fare dischi “politici”?

Noi agiamo nella consapevolezza che qualsiasi cosa facciamo sia, più o meno esplicitamente, politica. Una parola detta male può avere conseguenze disastrose, una detta bene può aprire prospettive incredibili nella testa di chi ascolta. In questo disco la politica è decisamente più esplicita, lo ammettiamo, ma forse tutti i dischi sono politici, nel bene e nel male.

Non è un’usanza particolarmente diffusa quella di dare una propria definizione del sound proposto, una volta che la propria musica si ritrova a non essere riconducibile ad un’unica etichetta. Prendiamo Caparezza, che aveva coniato il termine “suppomusic”, o i Mariposa, con la loro “musica componibile”. Voi, invece, la chiamate “hard-quore”. Perché una scelta simile?

Siamo sempre stati in difficoltà di fronte alla domanda “che musica fai?”, proprio perché nemmeno noi riusciamo a ricondurlo univocamente a qualcosa di definito. E’ nata quindi l’esigenza di trovare una definizione. Hard-quore mette insieme i concetti che più ci rappresentano: hard, perché la musica e le parole che usiamo sono spesso molto dure, quore perché siamo persone estremamente sensibili, la “q” perché altrimenti rischiamo di farci prendere sul serio, che forse è la nostra più grande paura.

Quali sono gli artisti facenti da vostri punti di riferimento?

Non ne abbiamo. I nostri punti di riferimento siamo noi e la nostra esperienza/percezione della realtà. Se ci ispiriamo a qualcuno lo facciamo inconsapevolmente. Perché abbiamo la pretesa di essere unici (!).

A proposito dei Mariposa, è da circa tre anni che siete diventati ufficialmente parte dell’immenso roster della loro etichetta, la Trovarobato, una realtà che ha sempre promosso artisti di vario genere, e, a mio modo di vedere, tra le maggiormente rilevanti, per quel che riguarda le svariate etichette venute fuori dallo scorso decennio fino ad oggi. Che sensazione vi dà ritrovarvi in mezzo ad IOSONOUNCANE (guarda caso presente anche come ospite dell’album), Musica Per Bambini e Dino Fumaretto, giusto per fare alcuni dei nomi presenti?

Essere nel roster di una delle etichette che sforna gli artisti che stimiamo di più non può che renderci felici. Abbiamo un bel sorriso bello stampato sul viso!

Altra caratteristica da non sottovalutare è il fatto che voi siete sempre rimasti fedeli alla licenza Creative Commons, sin dall’uscita del vostro primo EP. Un sistema di cui, fortunatamente, si sono accorte diverse realtà, dagli Aldrin fino ai Nanowar (of Steel), per cercare di dare uno schiaffo alle imposizioni del copyright, favorendo la condivisione del proprio materiale e, di conseguenza, aumentando la libera diffusione del proprio lavoro (penso ad un sito come Jamendo, particolarmente noto per questa pratica). Credete che in futuro una modalità del genere si diffonderà ancora di più?

È l’unica soluzione possibile. Non ci sono al momento alternative credibili ad un futuro Creative Commons.

Di quello che è lo stato della nuova musica italiana si è detto di tutto e di più, sia per quel che riguarda la questione “indie”, quindi anche l’uso ed abuso di cotanto termine, che a proposito della validità o meno di diversi suoi esponenti. Il tutto senza comunque perdersi d’animo e cercando di darsi una mano per costruire qualcosa di nuovo, che esula da vari cliché. Voi, che vivete più da vicino questa situazione, come vi sentite?

Come per il Creative Commons, l’essere indipendenti è l’unica soluzione possibile. Però indipendente è una condizione, non un genere musicale. Ci diamo una mano a rendere la musica libera, non tutta uguale!

Tra i tanti progetti venuti fuori nel tempo ce n’è qualcuno che vi ha suscitato un certo interesse, tanto da ipotizzare una futura collaborazione?

I Delay Lama e i DISPO!

Relazionarsi con l’estero, da artisti dello stivale, è sempre uno sfizio da togliersi con interesse e curiosità. Confrontare un pubblico con l’altro, per quel che riguarda le reazioni. Heroes ne sa qualcosa, visto che diversi nomi hanno sentito sulla pelle i risultati di questa esperienza, da Luminal e Betty Poison fino agli Spiral69. Ma è un discorso che non è esclusivamente appannaggio di rassegne del genere, e non è un caso che i vostri compagni di label Honeybird & the Birdies siano reduci da un viaggio in Europa della durata di una settimana. Per non parlare di Elettrofandango e Tying Tiffany in Germania, Le Scimmie in Polonia e Bologna Violenta in Francia e Belgio. Avete mai pensato di fare lo stesso anche voi?

Sì, certo. Ci pensiamo da un po’. Per problemi di organizzazione non ci siamo ancora riusciti, ma a breve ci vedrete calcare i palcoscenici di tutto il mondo!

Gustavo Tagliaferri

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