Afterhours – Casa della Musica, Napoli 15/03/13

afterhours

C’è un’immagine che meglio d’ogni altra fotografa il concerto degli Afterhours alla Casa della Musica. Eravamo appena all’ottava canzone (Bungee Jumping) quando una delle bacchette di Giorgio Prette si spezzava contro la sua batteria. L’energia – vera e propria foga in alcuni momenti – da loro iniettata nella terza data del “Club Tour 2013” è sfuggita a ogni rilevatometro. Un dato di non poco conto per una band che, dopo oltre vent’anni di attività, la pubblicazione di dieci album (alcuni dei quali osannati dalla stampa specializzata) e la vittoria del premio della critica a San Remo 2009, potrebbe tranquillamente tirare il freno a mano. Ma non lo fa, e i calorosi fan – “il miglior pubblico di Napoli in assoluto” secondo Manuel Agnelli – ringraziano.

Con un disco pubblicato nel 2012, “Padania“, è inevitabile immaginare una scaletta che vi attinga a piene mani. E così è. La traccia omonima dà fuoco alle polveri: “Due ciminiere e un campo di neve fradicia/ Qui è dove sono nato e qui morirò” intona Agnelli accompagnato dalla chitarra acustica. La Casa della Musica registra il primo grido collettivo di giubilo: a fine serata ne avremo perso il conto. Merito di un sapiente bilanciamento tra nuovi (Costruire per distruggere, Metamorfosi, Nostro anche se ci fa male) e vecchi successi (Rapace1.9.9.6., Elymania) che mette d’accordo fan della prima e dell’ultima ora.

Non sempre però. Quelli più anziani non mancano di storcere il naso su alcune recenti canzoni, giudicate troppo morbide (La terra promessa si scioglie di colpo) o non all’altezza (Ci sarà una bella luce) dell’ingombrante passato (Punto G). I più giovani, invece, occupano le prima fila e pogano “anche sui pezzi più lenti“: così si lamentava con i suoi amici un ragazzo, dopo esser indietreggiato verso una zona più tranquilla. E qui ho capito che sono diventato vecchio: cinque anni fa (a tanto risale l’ultimo loro live a cui ho partecipato) tra quelli in prima fila a urlare a squarciagola e dimenarsi come un ossesso, vi ero anche io.

Manuel Manuel Manuel“. Sembrano lontani i tempi in cui Agnelli questionava con il pubblico. Oggi Manuel ha una nutrita schiera di ammiratrici – anche loro presenti in prima fila e assenti cinque anni fa – che lo invoca a gran voce tra una pausa e l’altra dello spettacolo: forte è il timore di non rivedere spuntare da dietro le quinte il proprio idolo. Manuel, da par suo, ringrazia per ogni applauso che viene tributato agli After ma, come i suoi compagni, non si dilunga in chiacchiere preferendo che a parlare sia una performance fatta di sudore, sudore e ancora sudore.

E infatti l’impatto sonoro è stato vigoroso: nei momenti più rumorosi (Male di miele, VelenoIl sangue di Giuda) si aveva l’impressione di impattare contro un muro. A tutto danno del cantato, sommerso dalle note: forse è il dazio tecnico da pagare per la presenza di tre chitarre elettriche in alcuni passaggi.

Una delle tre è quella di Xabier Iriondo, che offre un contributo, oltre che musicale, anche scenico: statua dalle braccia conserte nei momenti più pacificati, scheggia impazzita durante quelli di guerriglia sonora ai quali contribuisce, oltre che con la sei corde, con una tromba e un distorsore di suoni.

A proposito di presenza scenica. Gli Afterhours, tutti e sei, si presentano sul palco di bianco vestiti, così come hanno fatto nelle precedenti due date: a ragione possiamo considerarlo la divisa ufficiale del tour. La purezza del colore dei loro abiti crea un inquietante contrasto con le tenebre di canzoni come Varanasi baby: l’apice viene raggiunto quando l’oscura Il mio ruolo allunga le sue ombre sul pubblico.

La chiusura è affidata, come spesso accade, a Voglio una pelle splendida. Prima però c’è tempo per la canzone che non ti aspetti (la strumentale Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo datata 1995), la Vedova bianca accompagnata dal battito delle mani, del pubblico e di Agnelli, e Bye bye Bombay.

Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

Christian Gargiulo

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