Figlia delle stelle: intervista a Denise

denise

Da “Dodo, do!” a “Uninverse“. Processo prevedibile, se a esserne protagonista è una bambina che valica le porte della maturità. Un’identità che, comunque, non basta a delinare il profilo della cantante salernitana Denise Galdo, che con questo nuovo album in studio si rimette in gioco proponendo un pop sognante ma allo stesso tempo adulto, in procinto di trovare un’ulteriore solidità. Forse anche grazie al passaggio di testimone per quel che riguarda la produzione, da Gianni “Marok” Maroccolo a Roberto Vernetti, carriere così diverse eppure così vicine, un duplice esempio di professionismo. Sta a Denise stessa svelarci questi e altri arcani che caratterizzano una svolta del genere.

Ascoltando “Uninverse” emerge in primis un forte cambiamento di sonorità, rispetto a quello che ha caratterizzato “Dodo, do!”. Come hai vissuto questo tipo di svolta e cosa sentivi fosse necessario modificare in primis?

È stato un processo del tutto naturale, ho vissuto due anni molto intensi e anche molto destabilizzanti per cui mi sono trovata nella condizione di forte cambiamento. Nonostante questo credo che sia molto importante saper cambiare veste di continuo, è un modo per conoscersi a fondo, un modo per confermare la nostra essenza colorandola di elementi nuovi che ci rimettono in gioco completamente e dinamico, continuamente. Ogni disco è per me la fotografia di un preciso istante, storico, emotivo, spirituale, evolutivo ed è molto importante che fluisca sereno e che si attui attraverso un percorso molto istintivo, quasi animale.

Si può dire che tu sia nata grazie alla produzione di Gianni Maroccolo, il quale, con l’ausilio della sua Al-Kemi Factory e la produzione del disco d’esordio, ti ha dato una grande spinta. Ora, sempre per Al-Kemi, sei passata a collaborare con un altro veterano di tale ambito: Roberto Vernetti (già con Almamegretta, Üstmamò, Casino Royale). Cosa ti ha fatto sentire il bisogno di passare da un produttore all’altro?

Beh, sicuramente il tipo di scrittura. Mi son trovata ad avere tra le mani dei nuovi brani con melodie molto semplici, immediate, molto pop se vogliamo e questo ha contribuito alla scelta di un produttore che potesse tirar fuori il meglio da questa caratteristica, esaltandola. Credo che Roberto Vernetti, Cristian Milani e Michele Clivati abbiano saputo farlo alla grande, forse anche oltre le mie stesse aspettative. Sono riusciti a tirare fuori un lato di me che in qualche modo fermentava dentro da un po’ di tempo e che ha trovato piena realizzazione in questo disco “Uninverse”.

Nella line-up della tua band, principalmente per quel che riguarda la sezione live, una nuova entrata di particolare rilievo risponde al nome di Luca Urbani, uomo dal curriculum synth-waveggiante, sia in quanto a progetti che a collaborazioni: dai Soerba fino ai Bluvertigo, per arrivare a Garbo. Che cosa significa avere l’apporto di uno come lui?

Tantissimo, lui è una persona eccezionale oltre che un grande artista. È l’umiltà fatta a persona oltre che una piacevolissima presenza e ammetto che sto imparando moltissimo da lui. Credo che la cosa più bella sia infatti il rapporto umano che si sia creato con lui e in generale con la band composta anche da Nicola Pellegrino, in arte conosciuto come Nicodemo, Gaetano Maiorano e Antonio Pappacoda. Suonare con qualcuno per me è sempre come fare l’amore, una liberazione e fusione completa e credo che proprio per questo non si possano scegliere persone a caso quanto persone che riescano a unirsi con te e con la tua musica in modo genuino, profondo, passionale. Loro ci riescono pienamente ed è davvero una bella cosa.

Nelle tue nuove canzoni, sembra si stiano spezzando i legami con la dimensione infantile, che invece contraddistinguevano le canzoni dell’album precedente. Sbaglio?

Si tratta di chiavi di lettura, cambia la veste ma non il succo. I miei testi parlano ancora e sempre di una condizione immaginifica anche se ci sono meno giocattoli e meno carillon a suonare. Il linguaggio è sempre molto semplice ma questa volta l’ho condito con un po’ di fantascienza oltre che con il fare colorato di chi racconta una fiaba. Il succo è sempre di poter arrivare a chi ascolta attraverso qualcosa che possa esser compreso facilmente e magari far riflettere solo dopo un’assimilazione. Per farti un esempio, la stessa Rain, letta in modo diretto, parla di una storia d’amore finita, di una persona che tinge di bianco le pareti di una nuova casa e della pioggia che batte contro i vetri trasformandosi in lacrime, sul viso della stessa. Qui fra le righe ci sono un altro milione di cose meno evidenti come l’esigenza di cambiamento, di rinascita. Per me l’acqua appare come un depuratore naturale e che fa da contatto appunto tra tutto ciò che ci circonda e la nostra vera essenza.

Il repertorio che proponi è prevalentemente in lingua inglese. Ma qualche tempo fa hai presentato, nel corso dell’iniziativa “Sanremo Social Day”, maggiormente occhieggiante alle nuove generazioni, un brano in italiano chiamato “Inverno”. Pensi che in futuro avrai ancora modo di tirare fuori simili eccezioni alla regola?

Certo, lavorare sull’italiano che tra l’altro è per me una lingua fantastica, è già in programma. Io scrivo moltissime cose normalmente (compreso un libro di fiabe che un giorno riuscirò a finire) e quindi mi piacerebbe riuscire a integrare la scrittura in italiano su mie composizioni, davvero non vedo l’ora di mettermi alla prova.

In questo album non c’è solo la tua voce, ma anche quella del cantautore Marco Guazzone (Stag), presente in ben quattro momenti, in particolare Sailors e Lighthouse Keeper. Come è nata questa collaborazione?

Lui è incredibile, un artista pauroso e siamo molto amici, c’è moltissima sintonia fra noi e ogni volta che si suona insieme è proprio come se le nostre anime danzassero fianco a fianco, davvero non saprei descrivertelo in modo diverso. Inoltre credo che le nostre voci insieme si prestino bene, non escludo di provare a scrivere un brano con lui, magari anche in italiano tornando al discorso di prima.

La Campania è la tua terra, in particolar modo Salerno, che ti ha dato i natali. È stato complicato cercare di farsi sentire ai più al di fuori di essa?

Bella domanda, in effetti credo sia dura in generale a prescindere dalla provenienza. Viviamo un periodo in cui ci sono una valanga di proposte in un mondo discografico fortemente in crisi, unito a una forte incapacità del pubblico a prestare attenzione a tutto quello che gli viene proposto. Siamo tutti molto distratti e culturalmente incapaci di comprendere che la musica e l’arte in generale sono le uniche medicine in questo mondo attuale che possano aiutarci a sopravvivere. Viviamo avendo perso di vista alcuni punti fondamentali come primo su tutti il contatto con noi stessi. E’ come se presi da mille cose e meccanismi non alzassimo più lo sguardo verso il cielo, non vedessimo più le stelle, non “sentissimo” più quello che ci circonda come parte di noi stessi. Non siamo più in grado di essere parte del tutto.

Con il successo di “Dodo, do” hai avuto modo di aprire l’unica data italiana del tour 2011 di Suzanne Vega, per poi dare inizio ad un tour europeo. Hai mai pensato di vivere, anche solo momentaneamente, all’estero? Magari sviluppando qualche collaborazione di stampo internazionale…

Certo, non lo escludo! Anzi, sto cercando proprio di riuscire a distribuire “Uninverse” all’estero per provare a far ascoltare questo disco anche fuori dall’Italia, cosa che tra l’altro desidero da moltissimo tempo.

Se Denise non fosse stata la cantante inserita in un mondo fantastico e sognante che è oggi, per quale alternativa avrebbe optato?

Attualmente ho gli studi di medicina veterinaria che aspettano d’esser completati e fare l’etologa è una strada che ancora oggi non escludo in un futuro, direi che anche questa può rappresentare una strada. Vedremo!

Gustavo Tagliaferri

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *