Baustelle – Fantasma

Baustelle - Fantasma

Baustelle - FantasmaUna figura femminile dai foltissimi capelli, fuoriuscita da qualche film dell’orrore, se non addirittura thriller, e avvolta da un alone di fitto mistero. Lo stesso che caratterizzava le ipotesi di cosa sarebbe potuto seguire dopo un album “I mistici dell’occidente“, specialmente con la consapevolezza che ormai di quella band di “La malavita” c’è ben poco, e del “Sussidiario…” ancora meno, e quindi ci si può aspettare di tutto e di più. Che i Baustelle, con i tempi che corrono, avessero sempre provato a pensare alla grande era in dubbio. Ma quello che si cela dietro il personaggio di cui sopra è un ulteriore segno del destino loro e di quello che ruota attorno ad un disco del genere. Cos’è “Fantasma“? Un’ipotetica colonna sonora? Probabile. Un cambiamento radicale? Indubbiamente. Un concept album? Sicuramente, con tanto di titoli di testa e di coda, situati tra la Polonia e la propria città madre, Montepulciano, e in compagnia di un’orchestra.

Il movimento tra spiritualità e laicismo, materiale e immaginario, presente e passato, suddiviso in tappe facenti da metamorfosi in atto da brano a brano, della quale la band si è resa protagonista a cominciare da quel singolo che ha aperto le danze, La morte (non esiste più)“, il quale si è rivelato gradualmente funzionante. E che continua con i proclami di Nessuno, il sapore medioevale che si avverte nei sette minuti di esplorazione del Diorama, il Bolero raveliano che rivive ne Il finale una cavalcata fatta di turbe e separazioni come quelle che coinvolgono Cristina, il suicidio che riemerge nello stream of consciousness de L’orizzonte degli eventi, l’imminente catastrofe di una società dello spettacolo dove non si capisce più a chi incolpare (Maya colpisce ancora), le “canzoni della rivoluzione” si scarnificano per rinascere come composizioni azzeratrici e non per questo di alto rilievo (L’estinzione della razza umana), e poi Roma, il Pigneto, la crepuscolarità de Il futuro, un dialetto difficile da padroneggiare come quello locale (Conta’ l’inverni), ma ben sfruttato. Francesco Bianconi è sempre lì, con un songwriting proprio, che non sarà eccellente ma è comunque più che dignitoso, e come lui anche la sensuale voce di Rachele Bastreghi, la cui fetta di spazio concessa in brani come Monumentale e La natura segna ulteriormente dei punti di grande rilievo all’interno dell’opera, tra le voci bianche che aprono le danze e il matrimonio tra orchestre, attacchi rock e atmosfere western che sancisce l’epilogo.

Certo, si poteva evitare qualche eccessivo barocchismo, riscontrabile principalmente in alcuni degli intermezzi (in maniera maggiore nei due Principi di estinzioneNessuno muore piuttosto che nell’intervallo). Difatti, “Fantasma” non sarà un apice nella carriera del gruppo di Montepulciano, ma mostra un’evidente natura di opera godibile, prendendo le distanze dall’essere, per lunghezza, lo stesso mattone del Teatro degli orrori, o, per struttura, l’accozzaglia di espedienti fini a se stessi degli ultimi Afterhours, per rimanere in tema di big nostrani. Consola pensare a ciò, malgrado tutto.

Gustavo Tagliaferri

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