Fabrizio Testa – Mastice

Il martelletto, in genere strumento di un giudice, ora usato da un professore a mò d’insegnamenti sconnessi, costituiti da analisi vocal-logiche, duttili, e sottoposte a giudizio da un sassofono sconnesso, di stampo free jazz, che sia Gianni Mimmo o meno a suonarlo. Proprio come un giudice. Leggeri echi di Starfuckers, verrebbe da dire, come dei sibili abbastanza riconoscibili. Non certo una casualità, considerando che quel professore risponde al nome di Roberto Bertacchini, e rappresenti una delle voci trainanti di questo “Mastice“, album d’esordio della mente principale dell’etichetta Tarzan Records, namely Fabrizio Testa, fatto di sette momenti di sperimentazione musicale e recitativa, per nulla vicini a certi stereotipi dilaganti.

Al diavolo i grammofoni, a fare compagnia alla lezione introduttiva è l’artista sopracitato, impegnato nell’illustrazione di una Crudo che si lascia andare a ebbrezze, distorsioni corporali, citazionismi contiani (Dragon) e tutt’attorno lo scorrimento della voce di Pasolini, contrapposta al pianoforte di Miro Snejdr (Death in June), così amaro eppure così solare, neanche fosse un novello Sakamoto. E poi un Cesare Malfatti che, direttamente dai La Crus e con sofferenza, su un distorto folk-blues, abbatte stereotipi e modelli diseducativi al suono di una Senza orfanità, il ricordo di Marco Pierantoni (al quale è dedicato l’intero lavoro) da parte di un Alessandro Camilletti sospeso tra lo spazio e il tempo, lo stesso che animerà l’ambient luciferino su cui si portano avanti le allucinazioni del viaggio di Cesenautico, prossimo a un improvviso scroscio e al conseguente annegamento, la quiete atmosferica di Le terme descritta da Luca Barachetti, vapori e nebbioni che prendono il posto delle “Nuvole” di De André, per non parlare poi di un posseduto Alessio Gastaldello (Mamuthones), voglioso di solitudine, con un fare a metà tra Volonté e il primo Moretti, che conduce a una chiusura fatta di droni acustici, dall’evidente impronta lo-fi.

“Mastice”, l’appiccicume, l’ostinazione a non staccarsene, il non riuscire a schiodarsi, forse proprio per il suo fascino disarmante, tipico dello spirito della Tarzan Records e non solo. Un caso di arte moderna, sicuramente. Ma di quella non consistente a mero artificio, e Fabrizio Testa lo sa bene. Un album che potrebbe apprezzare anche chi non è particolarmente avvezzo a certe sonorità.

Gustavo Tagliaferri

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