Nick Cave & the Bad Seeds – Push the Sky Away

Prendere una pala e scavare la fossa non per Lazzaro, ma con Lazzaro, a resurrezione avvenuta. Un lavoro duro, ma qualcuno doveva pur farlo. Il 2008 sembra così lontano, specie dopo essere arrivati al punto di tentare di digerire l’inaspettata fine della breve ma intensa esperienza passata con i Grinderman, venuta con il tempo. Ma il passaggio del tempo per Nick Cave non è così maligno, nonostante tutto. Ed anche i Semi Cattivi sembrano marcare maggiormente il loro lato sensibile, quello che già era emerso al suono di una The Weeping Song e di una Love Letter. Altri tempi, altri Semi, certo. Però, una volta trovatisi di fronte dei nudi di donna a dare segni di vita nei paraggi, è come se il sole si fosse riacceso, nel cielo e negli occhi del nostro e soci. We No Who U R, ombre misteriose che celano una dichiarazione d’intenti. “Push the Sky Away“, il segnale definitivo. Sì, il Re Inchiostro è ancora tra noi.

Serenità, la parola chiave che ruota alla base di un album del genere, quella che vive in un Cave spoglio dei demoni tornati in auge precedentemente. Un Cave liberato, protagonista di lievi ninne nanne ulteriormente enfatizzate (Wide Lovely Eyes), avvezzo a dei sommessi violini che si mescolano con intensi giri di basso (We Real Cool), o i cui movimenti sono pari a quelli delle onde del mare, le stesse che si trascinano con sè un gruppo di ragazzi (Water’s Edge), oppure che fanno da abitazione ad affascinanti creature antropomorfe il cui sguardo è tutt’uno con le acque circostanti (Mermaids), perso in una camminata in quel di Jubilee Street, tanto da ritrovarsi improbabili storie d’amore scorrergli davanti come in un film, se non addirittura ipotizzarne una propria scrittura e sdraiarsi sul letto mentre insistono a farsi sentire dei ripetuti passi, come delle gocce di pioggia sul tetto (Finishing Jubilee Street). Gli unici avvenimenti spericolati della situazione, che fanno il palo con l’Higgs Boson Blues, con gli occhi puntati su una drammatica Alabama, sempre più infuocata. Elementi in contrasto. E poi gli angeli, le illusioni, le benedizioni, il lieve coro della title-track. Apparente sacrilegio, reale commozione, altra dimensione.

Tante storie quelle che formano “Push the Sky Away”. E se per il Re Inchiostro sia o meno una rinascita forse non è ancora il momento per stabilirlo, ma un lavoro del genere è sicuramente una dimostrazione di come arrivare a mezzo secolo sia stato un traguardo per nulla fungente da ostacolo per certi musicisti. I Semi sono ancora Cattivi, ma tanto Cattivi da ferire così dolcemente il cuore, senza lasciarlo andare.

Gustavo Tagliaferri

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