Swans – Circolo degli Artisti, Roma 22/03/2013

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Una delle esperienze più allucinanti e stranianti della mia vita. Da provare, almeno una volta. Per allargare la propria sensibilità e sperimentare nuovi volumi, inedite geometrie sonore, ritmi ripetitivi e ipnotici.

Questo è stato il concerto degli Swans al Circolo degli Artisti di Roma. Tutto come pronosticato, ma ben oltre l’immaginazione.

Che ci fosse attesa per il ritorno in Italia di Michael Gira e soci era palese. Un sold-out tutto sommato prevedibile, con un’enorme fila di gente assiepata all’entrata del locale di Via Casilina Vecchia nella speranza di riuscire a entrare. D’altronde, stiamo parlando di una band monumentale, autrice di un album capolavoro come “The Seer”, da più parti insignito della palma di miglior disco del 2012.

Un concerto durato due ore, intensissime e ad altissimo godimento. E non solo per i volumi volutamente eccessivi e assordanti, ma soprattutto per la sorpresa di scoprire ogni passaggio della trama sonora creata dagli Swans, come se fosse una partitura generatasi autonomamente in un mondo parallelo e svelata a noi attraverso le profezie vocali e strumentali di Gira. C’è il fascino della rivelazione, in un concerto della band statunitense. La consapevolezza di trovarsi dinanzi a qualcosa di straordinario, proprio perché fuori dai canoni dell’ordinarietà musicale a cui si è abituati. Sette brani, di cui due dall’ultimo lavoro (la title-track e Mother of the World), uno tratto dal passato più remoto della band (Coward) e quattro nuove composizioni. Michael Gira maestro concertatore a guidare la band e il pubblico, in un vorticoso scambio di sensazioni. Un vero e proprio profeta del suono, che traina i suoi musicisti e gli astanti verso lidi inesploratima a lui noti, più che noti. Il corpo non risponde più, la mente è sciolta, fuori dagli schemi routinari. I suoni si disperdono, si dilatano, si sciolgono, si caricano di violenza e scoppiano in saliscendi continui. Oltre le leggi fisiche. Oltre umana immaginazione. Le capacità liberatorie di un suono claustrofobico, cupo, violento eppur necessario per andare oltre, per superare i confini del proprio io.

Non capita tutti i giorni di assistere a uno spettacolo del genere, a una sorta di rito ancestrale. Suoni ripetitivi, ipnosi terapeutica, straniamento ed espiazione. Una catarsi collettiva, come se i rituali dionisiaci del passato venissero riaggiornati nel mondo odierno. Che i timpani continuino a fischiare, in fondo, non è poi un problema così importante.

Livio Ghilardi

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