Marta sui tubi – Cinque, la luna e le spine

Sanremo, questo insopportabile, niente affatto sconosciuto, fenomeno. Facile, viste le sue attuali condizioni, che spersonalizzi, strumentalizzi, renda inadeguati sul palco dell’Ariston determinati personaggi appartenenti all’altra faccia della musica italiana. A volte trasformandoli, a volte non portando loro chissà quali cambiamenti. Ed anche in quel di Marsala un simile fenomeno si è presentato sulla porta di casa, precisamente quella dei Marta sui tubi. Lo shock? L’orrore? La conferma a una fetta maggiore di pubblico? Alla luce di quattro ottimi album pubblicati precedentemente, una sorta di Giano bifronte, che vede da una parte la sinfonia pop di Vorrei e dall’altra lo scioglilingua citazionista di Dispari, ma che, nonostante l’interessante canto gregoriano della seconda, vede una prevalenza su tutti i fronti da parte della prima. Ideali anticipazioni di un nuovo lavoro come questo “Cinque, la luna e le spine“. Cinque come quinto lavoro. Cinque come coloro che si nascondono dietro la formazione definitiva della band. Cinque, il buffo della simbologia al potere alla luce di un’eclissi.

Casualmente, anche un indizio che conduce alla sperimentazione, parola chiave dell’opera omnia e che vede dei risultati particolarmente felici, che rompono il velo di Maya del silenzio di cui sopra: Il collezionista di vizi, imbevuta di Talking Heads style, se non anche del primo David Byrne solista, la stasi umorale alla base di Il primo volo, fatta di magia e distorsioni simili a feedback impazziti, oppure Vagabond Home, prima prova interamente in lingua inglese di Giovanni Gulino, abbastanza riuscita. Ma non sono da meno il blues’n roll dai richiami tanto musicalmente a “Sushi & coca” quanto testualmente a “Muscoli e dei” (chi ha detto “Post”?) di Tre, il soliloquio da camera (con un notevole lavoro da parte del violoncellista Mattia Boschi) di Grandine, facente da adeguata continuazione del rock di Maledettamente bene, il ritratto acustico di La ladra, l’istinto bambinesco di I nostri segreti ed anche una Polvere sui maiali dove l’ebbrezza post-sbornia della voce del chitarrista Carmelo Pipitone si fonde al climax raggiunto dall’acoustic jam conclusiva.

E se in casa Marta la variabilità è sempre stata un elemento presente, malgrado “Cinque, la luna e le spine” non sia esattamente la prova di maggiore rilievo del quintetto, non si lascia sfuggire chicche di cotanto stampo, che ci donano nuovamente quella band che ha saputo apprezzare e farsi apprezzare dai più. C’è da augurarsi che a un’apertura simile possa sempre corrispondere, per il futuro, un mantenimento di livelli alti. Nonostante Sanremo.

Gustavo Tagliaferri

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