Low – The Invisible Way

Low - The Invisible Way

Aria. Pace interiore. Cambio radicale. Consolidamento del rapporto tra silenzio e musica, già venuto alla luce con quel “C’mon” di circa due anni fa. Un’aria di svelamento che già si stava respirando, pur con un evidente mantenimento delle proprie radici. Ma ora le carte sono svelate, e lo slowcore forse non si è mai visto così a nudo come adesso, per quella band nativa di Minnesota. Passo passo, tanto da non notarsi. The Invisible Way, appunto, la via invisibile, il tragitto da intraprendere per raggiungere un nuovo equilibrio, di quelli che possono portare a un tuffo nella corrente pop. Pop come “popular”, come suono d’autore, come omaggio a una storia che non muore mai. Chiedere ai Low per avere ulteriori delucidazioni. Insolite, eppure ben incastrabili con un’uscita in studio del genere.

È tutta questione di mettere a fuoco il quadro e notare una particolare sorpresa, se non la sorpresa trainante: Mimi. Oh, Mimi, cara Mimi, mai così suo è stato lo spazio in un disco di una band come la sua. Il suo canto, caratteristica base di una Just Make It Stop la cui melodia ha un dolce sapore scozzese, della passione che fa da motore a So Blue, del blues acustico di Holy Ghost, dell’introspezione di Four Score e della conclusiva ballata per pianoforte e basso To Our Knees. E poi Waiting, l’attesa che culmina in una $20 filtrata in una veste alternativa, da camera, spartita con un Alan che non è mai da meno. E come Mimi anche Alan stesso si vede protagonista, senza primato alcuno, sia che canti le reminescenze folk di Plastic Cup che quando si lascia andare tra le onde di una trascinante Amethyst, sia che sotto di lui scorrano i movimenti degli applausi cadenzati che seguono la figura di Clarence White che quando esegue una Mother che differisce dall’omonima di stampo floydiano ma non sfigura dinanzi ad essa. E poi l’irrefrenabile voglia di alzare il volume con i feedback di On My Own, che annullano l’iniziale atmosfera country, una necessità di non dimenticare mai certe ragioni di vita. “Happy birthday, happy birthday, happy birthday, happy birthday“. Gli auguri, quelli di tutti i giorni, auguri e non-auguri.

Sono i segni di un benessere condiviso con tutti, quelli che formano i Low di oggi. E che con l’avanzare degli anni non si lasciano ammiccare da chissà quale desiderio di sbarcare il lunario, ma preferiscono agire con semplicità, risultando molto più che dignitosi, anzi, ottimi. E facendo nutrire ulteriori speranze in quelli che sono determinati rami della crescita nella musica.

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