Luminal – Amatoriale Italia

Luminal - Amatoriale Italia

Luminal - Amatoriale ItaliaLa questione necessita di ben pochi giri da compiere attorno. Prendiamo ciò che sono stati Alessandra Perna e Carlo Martinelli fino a qualche anno fa, reduci da due ottimi album quali “Canzoni di tattica e disciplina” e “Io non credo” e ormai stanziati definitivamente con il nuovo batterista Alessandro Commisso. Facciamo tabula rasa di quel rock intenso, duro ma anche passionale, e di quell’immaginario comune che li ha sempre caratterizzati, trasformandolo in un simil-post-punk dalle venature noise e no wave, fatto principalmente di basso, batteria e voce. In casa Luminal è arrivato da un po’ il momento di andare al sodo, di capire cosa non quadra in questo paese. Le chiacchiere, i proclami, le loro utilità. Il fingersi di ritagliarsi un ruolo e poi divenire essi stessi androidi di quel sistema marcio. “Amatoriale Italia“, nuova fatica del trio romano, è tutto qua.

C’è Lele Mora, non la triste e dimenticabile macchietta, ma la sua ossessiva lettura moderna che pare uscita dal repertorio dei Big Black, e ci sono le Donne (Du, du, du) esposte a inizio album, tra cui si confondono i nostri, in un miscuglio tra semplici macchiette e felici eccezioni. Ma checchè se ne dica no, non sono loro nel mirino della band. Quest’album è un Giano bifronte che esprime la paura della competizione, quella tra band (Giovane musicista italiano, vecchio italiano, Dio ha ancora molto in Serbia per me), che porta alla nascita di nuove mode, magari dei lamenti su una webzine o su un giornale qualunque, senza sapere che C’è vita oltre Rockit, ma non certo quella della XL-generation ben più preoccupante, obiettivo di una stridente armonica suonata dallo stesso Martinelli, che entra nella mente della neo-star di “Amici” Stella al suono di un ammiccante giro di basso e del “maniaco facebookiano” che fa del suo “blues minuscolo” un biglietto da visita, millantando conoscenze mai avute, denunce che mai avverranno, ma che lo aspetteranno presto in caso di sicuro eccesso, che va dall’autodistruzione di se stessi (la cruda Essere qualcun altro, l’apatia di L’aquila reale) al rendersi diversi da altri (la frenesia di Carlo Vs il giovane hipster), fino alla mercificazione del concetto di lavoro nella lotta operaia riecheggiata ne Il lavoro rende schiavi, di memoria petriana, e all’abbattimento dei santini da leggere attraverso una semplice frase: “La gente è in cerca di qualcuno che la prenda per il culo, e allora perché non io?“. Un omaggio, quello ai LAghetto di Canzone per Antonio Masa, che non fa eccezione. Fino a inaspettate storie d’amore, sadiche in Una casa in campagna, a distanza, quasi comiche, nel teatro-canzone a metà tra CCCP Fedeli alla linea, Giorgio Gaber e persino Renato Zero di Grande madre Russia.

“Amatoriale Italia” è necessario? Sì, perché in un’epoca dove presunti scrittori anticamorra (?) manifestano stima per sedicenti uniche democrazie del Medio Oriente, presunti antifascisti scendono in piazza non per il lavoro che non c’è ma assieme a gente che assurge a eroi nazionali i padroni e dà ai ragazzi morti ingiustamente dei criminali e quello che era il senso primario della rivoluzione finisce nelle mani dell’estrema destra, creando giovani menti confuse e prive di senno, viene seriamente da pensare che questo lavoro, in realtà, sia rivolto a loro. Per quel che passa il convento, non ci si sbaglierebbe. Neanche per un attimo. È l’effetto di brani di forte impatto, da maneggiare con cautela, come questi.

Gustavo Tagliaferri

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