La fine dei romanzi: intervista ai Là-bas

Il corso naturale delle cose, il passato nel presente, l’esperienza, i cambiamenti che non vanno a genio, ingoiare il rospo e andare avanti. I Là-bas ci parlano un po’ dei loro percorsi e del loro disco omonimo uscito di recente. Un disco che ricorda e racconta, una voce che rasenta il reading, segnata da nostalgia e malinconia. Un disco interessante, al punto da spingerci a intervistarli.

La vostra è una carriera decennale, avete vinto diverse rassegne negli anni passati ma il debutto ufficiale è arrivato quest’anno. Vi siete sempre mantenuti su questo stile o avete provato a cimentarvi anche con altri generi?

Come Là-bas lo stile è rimasto più o meno lo stesso, come musicisti abbiamo avuto dei percorsi individuali piuttosto differenti. Io (Matteo Gorgoglione, ndr) e Marco abbiamo sempre suonato insieme, prima ci chiamavamo Lotus Bleu e le nostre canzoni parlavano di pantaloni a zampa, di tucani e di daiquiri. Raramente finivamo un concerto con le magliette addosso, anche se le nostre ballate non erano per niente punk!

Andrea ha iniziato a suonare la batteria nel ’95 con i Revial, un gruppo grunge. Nel 2001 è passato alla new wave con i Sirenetta H che poi per un breve periodo, intorno al 2003, sono stati anche la band di Garbo, quello di “A Berlino… Va bene”. Nel 2008 finalmente l’incontro con i Là-bas. Circa tre anni prima, invece, l’arrivo di Cesare, che musicalmente è cresciuto all’interno della scena torinese degli anni ’90, suonando la chitarra in band come i Seminole e i Veracruz, di cui era anche il cantante.

Com’è nata la collaborazione con Fabio De Min?

Ho conosciuto Fabio de Min una sera di tanti anni fa, mentre stavo mangiando con la mia fidanzata. Era estate, o inizio autunno, quando dalla radio sento una canzone che parte con la frase “Come faremo ora/che hai trovato un lavoro/a parlarci ancora?“. Raramente una canzone, in dieci secondi o anche meno, mi aveva così istantaneamente colpito. Qualcosa tipo “La festa appena cominciata/è già finita” con Endrigo, oppure “E adesso andate via/voglio restare solo” con Massimo Ranieri. La mia fidanzata parlava, ed io non l’ascoltavo più! Beh, all’epoca suonavo già da un po’ di anni e allora ho pensato: “Quando avremo qualcosa di registrato voglio che questo qui senta la nostra musica, perché se io capisco così bene lui, lui deve per forza capire bene noi!“.

“Addio al pugilato” prima, “Il sole in città” poi. Ci scriveva cose belle, complimenti che tra l’altro facevo fatica a capire, ma pensavo: “Se lo dice lui…“. Al di là della simpatia e della stima reciproca, per noi è stato importante sapere che avremmo lavorato al disco con qualcuno che sa scrivere delle canzoni bellissime, e che stimavamo, musicalmente parlando. Per la musica che facciamo, aver lavorato al disco con Fabio è certamente un onore.

“Là-bas” è un disco triste, ma allo stesso tempo sembra voglia comunicare una certa forza guadagnata in un periodo difficile. Voi come lo definite?

Forse non c’è molta speranza in quello che diciamo, ma non credo sia un disco triste. È vero che di fatto “Là-bas” è stato costruito negli anni, e la fatica di questi anni si sente, almeno quella di mantenere in vita la band. I cambi di formazione non sempre salvano i gruppi, tanto che a un certo punto avevamo deciso di rimanere in tre, giusto per evitare la gestione di dinamiche troppo complicate. Non ci siamo mai fatti la domanda: “Ma chi ce lo fa fare?“, ma più volte ci siamo detti: “Ragazzi, abbiamo l’età giusta per iniziare a fare il fantacalcio tra di noi, magari ci esce anche una birra una sera, ti prendi una pausa dalla famiglia e finisce lì!“. Poi è arrivato Andrea, e questo evento ci ha spinto a costruire qualcosa di più grande. Lui arrivava da un percorso musicale diverso, ma nonostante questo ha ascoltato con cuore e impegno le cose che facevamo.

“Là-bas” è un disco che racchiude dieci anni di esperienze, non solo musicali ovviamente. Abbiamo dovuto fare i conti – non solo nel gruppo – con la parola “cambiamento”, che per me che faccio l’educatore dovrebbe essere quanto di più conosciuto. E invece no. Il disco parla di persone che, con energie sempre più residue, si oppongono ai cambiamenti, non riuscendoci. A quelli del corpo, dell’alimentazione, dei sentimenti, della società, del desiderio, dei bisogni, delle necessità. Non riuscendo a opporsi ai cambiamenti, queste persone preferiscono osservare con amarezza il fallimento della disponibilità ad apprendere, a migliorare, ad andare avanti, e farlo con un certo distacco, nonostante tutto. È un disco che racconta l’amarezza della fine e l’impossibilità a evitarla, la fine.

Ci sono brani già presenti in “Addio al pugilato”, lavoro che risale al 2005. Raccontatemi un po’ di come quei brani si sono lasciati “trasportare” fino a oggi.

Siamo affezionati a certe canzoni e ci sarebbe dispiaciuto tenerle fuori. Alcune tra quelle nuove non erano pronte, altre non le amavamo così tanto. Romanticismo a parte, la scelta è stata più pragmatica di quanto possa sembrare. Io e Gabriella, Anice, Poi mi parlavi del coraggio e Bisogna avere carattere ci piacciono ancora e abbiamo ritenuto opportuno inserirle in un disco che, sapevamo, avrebbe avuto più visibilità di tutte le nostre precedenti produzioni. Inoltre i vari cambi di formazione hanno permesso a queste canzoni di rinnovarsi nel corso degli anni. Quindi, perché no?

La traccia che secondo voi più rappresenta tutto il lavoro.

Le ore contrarie. Non ti dico perché. Ti posso solo dire che mi ricordo le risatine degli altri quando l’ho cantata per la prima volta in sala, forse perché scagliarsi con tanto vigore contro la musica occitana, non è che sia proprio la posizione esistenziale e politica più radicale, a pensarci. Mi ricordo quando discutevamo della mia grande ossessione sulla fregatura che ci ha portato a poter acquistare quasi tutto a rate, di come sia una fatica poter girare il mondo con pochi soldi. I voli low cost, la facilità di acquistare materiale sportivo a buon prezzo anche se non sei uno sportivo di natura, i gelati col vero pistacchio di Bronte, l’impossibilità di costruire qualcosa di serio con una persona se al primo appuntamento vi vedete a un aperitivo. I tuoi occhi guardano il banchetto: arriverà mai la pasta calda invece di queste pizzette fredde? Con una mano tieni il piattino, nell’altra il salamino e un bicchier di vino. E siamo a tre mani! L’ansia che la roba da mangiare finisca, l’orribile forma di parmigiano scavata come una montagna. Tu che ti accorgi che non sarete mai il più grande spettacolo dopo il Big Bang, perché il più grande spettacolo dopo il Big Bang era lei col suo ex fidanzato (conosciuto a un aperitivo). Tu, con la pelle del salamino in mano che inizi a distrarti. Lei, che ti chiede cosa pensi e conclude con un: “Tu mi guardi davvero dentro“, mentre saluta con lo sguardo una persona di passaggio. Poi si va via, lasciando i tavolini tutti incasinati. Una grande fatica, quindi.

La fine dei romanzi, Quasi il tuo canto, La sera: tutti testi d’impatto. Sembra che qualcuno di voi, credo Matteo, possegga dei super poteri per poter dire: «Ma io impicco la gravità e non ne parlo mai». Come s’impicca la gravità?

Per volare o per camminare sospesi nel vuoto? Non lo so. La questione della gravità è antica, avrò avuto sedici anni. Tutto parte da Feeling Gravity’s Pull dei R.E.M., contenuta nel disco “Fables of the Reconstruction”. La canzone mi aveva decisamente sconvolto, soprattutto perché in quel momento in radio girava Losing My Religion, tutti quei mandolini fastidiosi… Ecco, sentire l’arpeggio di chitarra, l’atmosfera plumbea della voce di Michael Stipe e un’idea (che non ho mai approfondito) sulla forza di gravità che tutto tira alla Terra, mi ha fatto pensare che anch’io – se mai avessi suonato – avrei quanto meno inserito la parola gravità in una canzone, anche a caso, anche senza motivo. Mi sembra di aver letto da qualche parte che Feeling Gravity’s Pull sia stata ispirata da un famoso quadro di Man Ray, quello delle labbra sospese nell’aria. A questo punto la cosa si era fatta troppo grande e così quando ho scritto il testo di La sera mi sono deciso a parlare della gravità, quella forza che – tra le altre cose – tira le gonne a terra. “Ma io impicco la gravità” nel senso che le gonne le vedo sempre più corte di quello che sono in realtà! La gravità le tira a terra e la mia immaginazione le tira su. Ma solo le gonne, per il resto sono uno terra terra! Parlo delle cose che mi capitano e poi tutti insieme le mettiamo in musica, cerchiamo di renderle importanti e significative. Sono da anni nella fase in cui dico molti io e qualche noi, intendo che farei molta fatica a parlare di voi o di loro. Ci ho provato ne Le ore contrarie. Mi rendo conto che potrebbe essere un limite, ma mi manca il coraggio di dire cose sulla gente che sarebbe anche più facile dire. Troppa responsabilità e senso di colpa, a malapena so raccontare di me stesso.

Ci sono somiglianze o influenze che alcuni hanno accostato ai Diaframma. Io direi che c’è anche qualcosa dei Massimo Volume, sbaglio?

Hai nominato due gruppi importanti, anzi importantissimi. Sarebbe da capire come e dove incidono queste influenze, dato che ognuno di noi ha ascoltato cose diverse: da Springsteen ai Deftones (e nonostante tutto, suoniamo ancora insieme!) per farti un esempio. Quello che abbiamo sempre cercato di trasmettere è la nostra cura per il testo. C’è una vecchia canzone dei Massimo Volume dove, a un certo punto, Clementi dice “barattolo” al posto di “lattina”, che sarebbe stato più facile. Questo è un buon esempio per mettere in luce la nostra necessità di lavorare – almeno nella nostra immaginazione – con un ipotetico dizionario dei sinonimi e dei contrari. Ho letto da qualche parte che non conviene mai inserire delle canzoni famose a caso, o magari contenute in altri film, in un video che fai tu nel tuo piccolo, perché poi chi vede il tuo video – se ci metti The End dei Doors mentre mostri un paesaggio elvetico – magari s’immagina “Apocalypse Now”, e questo potrebbe non aver nulla a che fare con ciò che volevi comunicare. Secondo noi può succedere lo stesso con le parole, esattamente come accade con le note. È come iniziare una canzone con  “E qualcosa rimane…“, tutti si aspetterebbero “fra le pagine chiare e le pagine scure“! In quanti video dei matrimoni c’è la canzone I migliori anni della nostra vita di Renato Zero? Tantissimi! Visto uno, visti tutti. In quante canzoni viene detta la parola amore? Tantissime, e pensare che è la parola più bella che ci sia! Vogliamo parlare dell’associazione melodico – emotiva che si può fare tra Non è tempo per noi di Ligabue e Bello e impossibile della Nannini? Se sei distratto rischi di partire con il ritornello di una canzone al posto dell’altra, perché un po’ te lo ricorda. Non si sta parlando di plagio, è qualcosa di più sottile, una specie di scivolamento emotivo. Ecco, tra una parola e l’altra cerchiamo di rifuggire dalla debolezza fisiologica dell’attenzione di chi ascolta e soprattutto dalla nostra, e quindi cerchiamo di inserire parole magari un po’ più inusitate, immagini un po’ più storte, sorprendenti. E visto che non siamo dei grandissimi musicisti e non potremmo certo attirare l’attenzione con dieci minuti di prog-rock, almeno ci proviamo con il testo, con l’emozione del ricordo, con immagini più intime. Poi, se qualcuno si riconoscerà, evviva! Credo che questa urgenza sia presente anche nei Massimo Volume ed è anche per questo che ci piacciono e che la loro influenza – come dici tu – si sente. Con tutto il rispetto per i Massimo Volume, ovviamente.

Avete qualcosa in programma per il futuro?

Abbiamo da poco un nuovo chitarrista, Eugenio, che suona anche il piano. Stiamo cercando un’agenzia di booking perché vorremmo fare più concerti e intanto stiamo scrivendo nuove canzoni.

Carmelina Casamassa

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